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Pillole di Dermatologia - marzo 2019

Acido fumarico e psoriasi in Italia

Pubblicata il 15/3/2019


acido fumaricoLa psoriasi è una malattia cronica della pelle che colpisce in media il 2-3% della popolazione europea. In genere le terapie utilizzate dipendono dall'estensione delle lesioni psoriasiche. Terapie topiche con corticosteroidi e analoghi di vitamina sono usate nelle forme leggere, mentre fototerapia e agenti sistemici non biologici (ciclosporina, metotrexate, acitretina e derivati di acido fumarico) come trattamenti di seconda linea. Terapie di terza linea comprendono agenti sistemici biologici, usati nei casi di psoriasi moderata e grave.

I derivati dell’acido fumarico sono usati da oltre 30 anni per il trattamento della psoriasi in alcune nazioni europee e si pensa possano agire come modulatori di eventi coinvolti nella anormale risposta immune che caratterizza la psoriasi. Il trattamento con derivati dell’acido fumarico determina miglioramenti in circa il 50% dei pazienti con almeno il 75% di riduzione del loro PASI iniziale dopo 12-16 settimane di cura. La terapia risulta efficace e ben tollerata soprattutto nel lungo periodo. Questi farmaci sono usati molto in Germania mentre nelle altre nazioni il loro uso è meno noto.

Uno studio condotto dal Centro Studi GISED e da YDIN ha cercato di valutare le caratteristiche dei pazienti con psoriasi sottoposti a trattamenti sistemici con particolare attenzione all’uso di derivati dell’Acido Fumarico in un campione di centri di riferimento italiani. I pazienti erano reclutati all’interno del registro PsoReal in Italia, includendo anche pazienti del registro Psocare: PsoReal è un registro costituito come proseguimento del registro PsoCare, terminato nel settembre 2009.

Oltre 17.000 pazienti erano inclusi e di questi 11.592 venivano considerati nello studio. La maggior parte dei partecipanti era sovrappeso o obesa con un BMI medio di 27.1 5.0 kg/m2. Il 39.4% dei pazienti era un fumatore e le comorbidità più frequenti erano artrite psoriasica, pressione alta e diabete di tipo 2.

I farmaci convenzionali più usati erano ciclosporina, metotrexate e retinoidi mentre i biologici più usati erano etanercept e infliximab.

Per quanto riguarda i derivati dell’acido fumarico si osserva che le caratteristiche di questi farmaci comprendono la possibilità di un uso prolungato nel tempo, un numero di effetti collaterali paragonabile agli altri farmaci e soprattutto costi sanitari notevolmente inferiori.

L’efficacia a lungo termine (in media 28 settimane) risulta essere importante nel caso di una malattia cronica come la psoriasi, per il controllo nel tempo. Quanto agli effetti collaterali molti compaiono all’inizio del trattamento e possono essere controllati diminuendo i dosaggi e in ogni caso i risultati pubblicati sono spesso controversi. Gli autori affermano che nei pazienti dello studio solo tre riportavano effetti collaterali e nessun altro effetto era segnalato nei 5 anni di follow-up.

Anzi la terapia permetteva di ridurre sintomi legati a depressione e rischio cardiovascolare. In generale lo studio mostrava un tasso di ospedalizzazione e di test strumentali inferiore nei pazienti soggetti a questo trattamento.

L’analisi dei dati, derivanti dall’uso dei derivati di acido fumarico in Italia in pazienti con psoriasi, conferma i risultati già visti in Europa sia per quanto riguarda l’efficacia e la sicurezza dei farmaci sia per la forte diminuizione delle spese sanitarie per i pazienti valutati nel lungo periodo (1).

A cura della Redazione scientifica.

  1. Damiani G, Cazzaniga S, Naldi L; PsoReal Study Group. Use of fumaric acid derivatives (FADs) in Italian reference centres for psoriasis. G Ital Dermatol Venereol. 2019 Jan 9.


#journalnews_22

Pubblicata il 15/3/2019


journalnewsBrevi notizie dalle riviste scientifiche e dalla rete:



  • Anche i gruppi di pazienti che si occupano di malattie dermatologiche ricevono finanziamenti dalle industrie farmaceutiche? Uno studio appena pubblicato sulla rivista Jama Dermatology ha esaminato i bilanci annuali di 24 associazioni di pazienti dermatologici con entrate che superavano i 500mila dollari. Un gruppo su sei riportava donazioni da industrie superiori a 500 mila dollari. Ma nessuno riportava la quantità esatta di donazioni da industrie o come questi soldi venivano utilizzati. Inoltre spesso erano presenti rappresentanti industriali nei loro consigli di amministrazione. Se ne in parla in https://www.reuters.com/article/us-health-dermatology-conflicts/dermatology-patient-advocacy-groups-may-not-disclose-conflicts-idUSKCN1PV2D6


  • In Sud America esistono differenti tipi di colore della pelle, da quella molto chiara fino a quella scurissima. Da sempre si è pensato che le differenti sfumature derivassero dal mescolarsi di individui di origine europea, africana e nativi americani in seguito alle conquiste coloniali. Un ampio studio condotto su popolazioni latino-americane ha invece individuato una nuova variante genetica associata alla pelle chiara trovata solo nei nativi americani e nelle popolazioni dell’Asia orientale. Probabilmente gli antenati dei nativi americani hanno portato questa variante passando attraverso lo stretto di Bering nelle Americhe, prima dell’arrivo degli europei. Se ne parla in https://www.sciencemag.org/news/2019/01/surprising-reason-why-some-latin-americans-have-light-skin


  • I casi di morbillo in Europa, nel 2018, sono triplicati, soprattutto in una nazione, l’Ucraina. Degli 83.000 casi registrati in Europa, più di 54.000 sono stati segnalati in questa nazione e l’ultimo anno 16 ucraini sono morti a causa di questa malattia, facilmente controllabile con un vaccino. E la situazione continua a peggiorare. Tra le cause di questo aumento dei casi di morbillo, registrato anche in altre nazioni europee, la diffusione di teorie contrarie ai vaccini che ha fatto diminuire il numero di bambini vaccinati. In Ucraina inoltre lo stato di guerra ha impedito la corretta vaccinazione della maggioranza dei bambini. Se ne parla in http://science.sciencemag.org/content/363/6428/677


A cura della Redazione scientifica.





Aria inquinata: e la pelle?

Pubblicata il 1/3/2019


aria inquinataL'inquinamento dell'aria è uno dei maggiori fattori di rischio per la salute a livello mondiale. Secondo un report della WHO, rilasciato nel 2014, 3.7 milioni di morti premature segnalate nel 2012 possono essere attribuite all'inquinamento dell'aria.

La maggior parte degli inquinanti esterni derivano dalle attività dell'uomo quali emissioni dei veicoli, combustione di carburanti fossili, incendi di foreste e processi industriali. La concentrazione di sostanze nocive risulta alta nelle aree industrializzate e circa l'80% degli abitanti nelle aree urbane è esposto a livelli di inquinamento superiori ai limiti stabiliti dalla WHO.

Gli inquinanti primari sono divisi in due gruppi: il materiale particolato e i gas (CO2, CO, NO2, NO, SO2). Sono invece inquinanti secondari sostanze come l'ozono che si formano da reazioni fotochimiche tra gli inquinanti primari, calore e radiazioni UV. Altri inquinanti sono gli idrocarburi policiclici aromatici (PAH) e l'attivazione dei recettori di aril-idrocarburi (ArH).

Mentre ci sono molti studi sugli effetti dell'inquinamento sulla salute in generale, poco si sa sugli effetti che può avere sulla salute della pelle.

La pelle che avvolge il nostro corpo è anche il principale bersaglio delle sostanze tossiche presenti nell'aria: quali le conseguenze sulla sua salute? La pelle esposta agli inquinanti invecchia prima, si irrita più facilmente ed è a più alto rischio di tumori cutanei(1).

Una revisione della letteratura pubblicata nel 2017 dalla rivista
International Journal of Environmental Research and Public Health ha approfondito gli effetti del materiale particolato (PM) presente nell'aria sulle malattie della pelle umana.

Il PM è classificato come PM10, PM fine e ultrafine, secondo il diametro aerodinamico delle particelle. Il PM10 (particelle con diametro minore di 10 micron) è composto da particelle di polvere, emissioni industriali e da traffico: l'inalazione di tali particelle determina principalmente malattie respiratorie. Particelle con diametro minore di 2.5 micron costituiscono il PM fine (PM2.5) che comprende composti di carbonio organico, nitrati e solfati: presente nell'aria in quantità crescenti, il PM 2.5 è coinvolto in malattie del tratto respiratorio comportando effetti avversi maggiori rispetto al PM10.

Oltre a conseguenze come aggravamento di malattie cardiovascolari e respiratorie, il PM può influenzare la progressione di malattie infiammatorie della pelle come dermatite atopica, acne, psoriasi e reazioni allergiche.

La revisione condotta dagli autori ha preso in considerazione alla fine 13 studi che includevano 72.000 partecipanti confermando che sia il PM10 che il PM2.5 hanno un impatto statisticamente significativo sulle malattie della pelle. Il PM è strettamente associato alla dermatite atopica, eczema ed allergie cutanee. Le particelle particolate includono particelle inalabili abbastanza piccole da penetrare sia nella pelle che nel sistema respiratorio, soprattutto dopo lunga esposizione. E il rischio aumenta in presenza di PM2.5: anche se presenti a concentrazioni minori rispetto a PM10, le particelle di diametro inferiore sono più dannose per la salute umana anche per il loro alto contenuto di metalli pesanti (cadmio, rame, piombo, nickel, vanadio e zinco).

Gli effetti dannosi erano visibili soprattutto nei più giovani (2-30 anni) caratterizzati da una pelle più sensibile e quindi con più probabilità di conseguenze dall'esposizione agli inquinanti ambientali. A livello della pelle gli effetti più evidenti riguardavano aumento del rischio di dermatite atopica, eczema e reazioni allergiche.

Questi risultati, insieme a tutto quello che già si conosce sugli effetti del PM sulla salute umana, dovrebbero stimolare lo sviluppo di strategie utili a prevenire gli effetti della qualità dell'aria che ci circonda sulla salute della pelle e non solo (2).

A cura della Redazione scientifica.

  1. Koohgoli R, Hudson L, Naidoo K,et al. Bad air gets under your skin. Exp Dermatol. 2017;26:384-387.
  2. Ngoc LTN, Park D, Lee Y, Lee YC. Systematic Review and Meta-Analysis of Human Skin Diseases Due to Particulate Matter. Int J Environ Res Public Health. 2017;14 (12).


Cattiva informazione in medicina

Pubblicata il 1/3/2019


cattiva informazioneAnche in campo medico le false informazioni, le cosiddette "fake news" sono un problema. Medici e ricercatori devono ogni giorno confrontarsi con la diffusione di notizie poco accurate, incomplete o totalmente infondate e che possono avere effetti avversi sulla salute.

Ad esempio nel 2014, durante l'epidemia di Ebola in Africa, false notizie crearono ostilità nei confronti degli operatori sanitari rallentando gli sforzi per controllare l'epidemia: falsi miti, ostilità verso l'autorità e le organizzazioni mediche, paura del contagio, traumi per le frequenti guerre furono tutti fattori che ostacolarono le pratiche necessarie per bloccare l'epidemia (1).

Danni alla salute di intere comunità possono derivare anche dall'aumentato numero di commenti contro i vaccini: stimolando dubbi sulla loro sicurezza si contribuisce alla riduzione delle vaccinazioni e all'incremento del rischio di malattie prevenibili con i vaccini.

Quali sono i meccanismi che favoriscono questi modelli di amplificazione di notizie non vere?

Quando le notizie si diffondono sui social media si creano dei cosiddetti "information silos" e delle cosiddette "echo chambers", camere dell'eco dove le notizie si diffondono tra persone che la pensano allo stesso modo e sono adattate alle particolari idee delle persone che le ricevono.

Si creano così dei contenitori informativi in cui la probabilità di scambio di opinioni diverse è limitata, mentre aumenta la possibilità di amplificazione in un ambito ristretto. L'effetto "echo chamber" può essere limitato attraverso il cosiddetto "social learning" cioè formazione condivisa e coinvolgimento di differenti prospettive.

In tempi in cui la fiducia nelle istituzioni è molto bassa le notizie false si diffondono più velocemente di quelle vere (2). Secondo alcuni sondaggi, un individuo su cinque esprime scetticismo riguardo agli scienziati. E non sempre sono profili artificiali, i cosiddetti "bot", a diffonderle. I responsabili della diffusione di notizie false sono esseri umani mentre i bot (che in pratica sono macchine) diffondono qualunque tipo di notizia.

La cattiva informazione in campo medico riguarda notizie prive di evidenza scientifica e al momento è necessario capire quali possono essere i collegamenti tra l'esposizione alle false informazioni e i comportamenti relativi alla salute.

Spesso i medici sono in difficoltà quando devono affrontare le false credenze o percezioni sbagliate dei pazienti.

Esperti in vari campi, dalla medicina alla salute pubblica, dalle scienze sociali alle scienze informatiche dovrebbero lavorare insieme e indicare una via per combattere la cattiva informazione sulla salute sui social media. Diventa importante quindi:

definire la prevalenza e le tendenze di questa cattiva informazione. Sono tanti gli utenti che ogni giorno generano dati ed informazioni sulla salute, ed è utile sviluppare strumenti di analisi capaci di valutare il grado di scarsa informazione correlata ad argomenti pericolosi cioè in grado di avere ricadute negative sulla salute come ad esempio i vaccini, i nuovi prodotti di tabacco e le cosiddette cure miracolose;

comprendere come la cattiva informazione sulla salute è condivisa. Ad esempio molto dipende dalla fonte da cui provengono i messaggi e dalle motivazioni che li generano (promuovere una campagna di disinformazione, sostenere una teoria della cospirazione o vendere semplicemente un prodotto) così come dal tipo di social network dei riceventi, dai valori sociali e culturali, dalle loro emozioni, dai livelli di fiducia e dai modelli di uso dei social media.

Sono noti tentativi di creare controversie (ad esempio dibattiti sui vaccini originati da bot russi) che possono incoraggiare lo scetticismo e la sfiducia in alcune comunità. Comprendere il contesto in cui avviene lo scambio di notizie e le dinamiche personali e interpersonali coinvolte può aiutare a individuare il livello del problema e suggerire appropriati rimedi;

valutare la capacità e l'influenza della cattiva informazione sulla salute. Una sfida chiave è determinare la soglia alla quale intervenire per migliorare le conseguenze negative per la salute di una informazione errata e capire quando e come rispondere. Vari approcci di misura e di metodo possono aiutare a capire il modo in cui gli individui valutano e fanno propri i messaggi;

sviluppare e controllare gli interventi. È necessario determinare quando e come intervenire. Come medici ed esperti in comunicazione possono creare e sostenere la fiducia pubblica sull'informazione della salute basata sull'evidenza? Può il pubblico essere educato in modo da distinguere i fatti dalle opinioni? Sicuramente più ampi investimenti nella educazione alla salute e alla scienza possono dare migliori risultati dei tentativi solitari di combattere la disinformazione o correggere pezzi individuali di cattiva informazione sui social media.

Soprattutto è importante che i medici siano sostenuti perchè sono loro che alla fine sono a stretto contatto con i pazienti, le loro domande, le loro paure, da cui spesso nascono confusione e scarsa fiducia nella sanità. Ed è importante per i medici capire quali possono essere le cause della perdita di fiducia nella medicina per avviare forme di comunicazione rivolte al paziente, piuttosto che limitarsi a non dare importanza ai loro dubbi o a considerare i pazienti incerti solo degli scettici.

Anche le organizzazioni che si occupano di salute dovrebbero essere preparate ad usare i
social media per offrire informazioni basate sull'evidenza, contrastare quelle false e costruire un rapporto di fiducia con le comunità che servono. Non basta dire che una notizia è falsa oppure evitare di parlarne, bisogna sviluppare meccanismi per rendere credibili le informazioni che si danno sulle piattaforme sociali e non sottovalutare la pericolosità che le cattive informazioni possono avere sul progresso delle medicina e della salute pubblica (3).

A cura della Redazione scientifica.

  1. https://edition.cnn.com/2014/08/20/world/africa/ebola-myths/
  2. Vosoughi S, Roy D, Aral S. The spread of true and false news online. Science. 2018;359:1146-1151.
  3. Chou WS, Oh A, Klein WMP. Addressing Health-Related Misinformation on Social Media. JAMA. 2018 Nov 14.



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