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Pillole di Dermatologia - maggio 2021

Cochrane Skin Group: una nuova revisione sistematica

Pubblicata il 21/5/2021


Cochrane Skin GroupIl Cochrane Skin Group ha pubblicato un aggiornamento della sua
Systemic pharmacological treatments for chronic plaque psoriasis: a network meta-analysis, una revisione sistematica condotta secondo il metodo delle "living systematic reviews", cioè revisioni in continuo aggiornamento, man mano che nuovi studi sono disponibili.

Un gruppo di esperti di diverse nazioni raccoglie ed analizza studi clinici randomizzati e revisioni presenti nei più importanti archivi online come The Cochrane Central Register of Controlled Trials (CENTRAL), MEDLINE ed Embase, conducendo delle
Network Meta-Analysis (NMA) o metanalisi a rete, confrontando trattamenti differenti in una singola analisi, per paragonare efficacia e sicurezza di trattamenti sistemici per la psoriasi.

Ogni anno viene pubblicato un aggiornamento e l'ultimo aggiunge ai precedenti 18 nuovi studi: in tutto gli studi sono 158 con 57.831 partecipanti (67.2% uomini) reclutati pricipalmente dagli ospedali: età media 45 anni, punteggio PASI di base 20. Nella maggior parte gli studi sono placebo controllati, il 30% sono confronti tra due farmaci e l'11% confronti con un comparatore e un placebo.

In generale l'analisi mostra che in ogni caso qualsiasi tipo di trattamento sistemico (agenti sistemici non biologici, piccole molecole, e trattamenti biologici) è più efficace del placebo nel raggiungere PASI 90.
I trattamenti biologici anti-IL17, anti-IL23, anti-IL12/23 e anti-TNF?, sono più efficaci sia delle piccole molecole che dei farmaci non biologici.

Se si considerano i singoli farmaci, infliximab, ixekizumab, secukinumab, brodalumab, risankizumab e guselkumab sono più efficaci nel raggiungere PASI90 rispetto ad ustekinumab e agli anti-TNFα (adalimumab, certolizumab, ed etanercept).

Così ustekinumab e adalimumab sono più efficaci di etanercept, ustekinumab è più efficace di certolizumab, mentre l'efficacia clinica di istekinumab e adalimumab è simile. Non sono osservate differenze tra tofacitinib o apremilast e i tre farmaci non biologici, esteri di acido fumarico, ciclosporina e metotrexate.

Per il rischio di gravi eventi avversi non sono state rilevate forti differenze tra uno qualunque dei farmaci sistemici ed il placebo, anche se è necessaria una certa cautela visto il numero ridotto di eventi avversi considerati.

A cura della Redazione scientifica.

  1. Sbidian E, Chaimani A, Garcia-Doval I, et al. Systemic pharmacological treatments for chronic plaque psoriasis: a network meta-analysis. Cochrane Database Syst Rev. 2021 Apr 19.


COVID-19_News/2

Pubblicata il 21/5/2021


covid news
Una rubrica che raccoglie notizie sulla COVID-19: effetti sulla pelle, vaccini e altro.


Un'app per la pelle e non solo...


L'infezione da SARS-CoV-2 può colpire diversi organi tra cui la pelle. La comparsa di manifestazioni a livello cutaneo potrebbe avere un valore diagnostico in riferimento all'infezione virale?

Per rispondere a questa domanda sono stati usati i dati raccolti dagli utenti di una applicazione, la
COVID Symptoms Study app, liberamente scaricabile sul telefono da qualunque cittadino del Regno Unito. Dal 7 maggio 2020, oltre ai dati personali, malattie, uso di farmaci, gli utenti potevano segnalare se erano stati sottoposti al test per il SARS-CoV-2 e il risultato dello stesso. Inoltre potevano fornire informazioni sulla propria salute e su eventuali sintomi da COVID-19 tra cui manifestazioni cutanee come prurito, gonfiore sul viso o labbra e comparsa di bolle e vesciche sui piedi e sulle dita.

Lo studio includeva residenti nel Regno Unito che avevano scaricato e usato l'app in maniera regolare tra il 7 maggio e il 22 giugno 2020, escludendo particolari categorie o utenti che non rientravano nei parametri fissati.

In totale erano considerati 336.847 utenti, di cui 17.407 avevano fatto il test e indicato il risultato positivo o negativo.

In seguito per raccogliere informazioni dettagliate sui sintomi cutanei e creare un archivio di immagini veniva inviato un questionario online con domande sul tipo di sintomo cutaneo, sulla sua durata, sulla presenza di altri sintomi Covid, sull'inizio del sintomo cutaneo. Al questionario hanno risposto 29.966 partecipanti, comprendendo anche persone che non avevano scaricato l'app, e di questi al termine sono stati considerati validi 11.544 questionari: e 2328 comprendevano anche una fotografia dei
rash cutanei. Le foto migliori (circa 400) sono state poi inserite in un archivio fotografico della British Association of Dermatology che è liberamente consultabile online all'indirizzo https://covidskinsigns.com/.

Lo studio mostra che la presenza di lesioni cutanee autoriportate e, successivamente confermate da dermatologi, era maggiore in coloro che risultavano positivi al test per il virus o che avevano comunque sintomi di infezione virale: nel 38% dei casi i sintomi cutanei erano i primi o gli unici a manifestarsi. Un segnale importante da non sottovalutare da un punto di vista diagnostico e, nello stesso tempo, la prova che l'uso delle app mediche è utile, in tempi di isolamento forzato, per mantenere il contatto con i pazienti e favorire il loro coinvolgimento diretto nella cura della propria salute (1,2).


Covid-19: problemi anche per i capelli?

Lesioni cutanee e perdita di capelli sono comuni nei pazienti con diagnosi di COVID-19.

Un recente articolo (3), nato dalle osservazioni dei dermatologi del Centro Studi GISED, descrive 39 casi di pazienti italiani che mostravano
telogen effluvium (perdita di capelli) di cui 7 avevano grave tricodinia (fastidio o dolore a livello del cuoio capelluato). L'età media era di 64,6 anni: 9 erano uomini e 30 donne. 16 pazienti avevano avuto gravi sintomi di COVID-19 richiedendo ricovero in ospedale e ventilazione meccanica a pressione positiva continua (CPAP) ed erano stati curati con paracetamolo, steroidi sistemici e anticoagulanti. Dopo alcune settimane iniziava a manifestarsi una forte caduta dei capelli, accompagnata in alcuni casi da dolore e fastidio sulla testa.

In un tempo variabile da 2 a 4 mesi i capelli ricrescevano. Ma da cosa dipende la loro caduta nei pazienti positivi al coronavirus? Gli autori, tra cui alcuni ricercatori inglesi e americani, avanzano l'ipotesi che la caduta dei capelli sia legata all'infezione virale e ad altri fattori come i farmaci assunti, la scarsa nutrizione durante la malattia, i lavaggi meno frequenti ed il peggioramento della salute della testa.

La COVID-19 è accompagnata dalla cosiddetta "tempesta di citochine", una sindrome infiammatoria che è la spiegazione più probabile del telogen effluvium e della ricrescita alla fine di tutto.

Per la tricodinia viene avanzata l'ipotesi di un collegamento ad altri sintomi come la perdita di olfatto e gusto, comuni nella COVID-19: i follicoli piliferi, secondo recenti studi, esprimono recettori dell'olfatto (OR2AT4) la cui continua stimolazione è richiesta per mantenere i capelli nella fase anagen. Se l'infezione danneggia l'olfatto potrebbe ridurre anche l'espressione dei recettori
olfattivi del cuoio capelluto danneggiando i capelli. Inoltre i recettori ACE2 che il virus usa per entrare nelle cellule umane, sono fortemente espressi nei cheratinociti e nelle ghiandole sebacee anche se non si conosce bene il loro ruolo a livello dei follicoli piliferi.

Se queste ipotesi fossero confermate questi recettori potrebbero essere un bersaglio utile per nuove strategie terapeutiche contro la caduta dei capelli e non solo.

A cura della Redazione scientifica.

  1. Visconti A, Bataille V, Rossi N, et al. Diagnostic value of cutaneous manifestation of SARS-CoV-2 infection. Br J Dermatol. 2021 Jan 14:10.1111/bjd.19807.
  2. Naldi L. The skin as a target for SARS-CoV-2 infection: exploiting the web for suitable data. Br J Dermatol. 2021 Mar 4:10.1111/bjd.19877.
  3. Di Landro A, Naldi L, Glaser E, et al. Pathobiology questions raised by telogen effluvium and trichodynia in COVID-19 patients. Exp Dermatol. 2021 Apr 10.



Melanoma e diabete di tipo 2

Pubblicata il 21/5/2021


melanoma e diabeteIl diabete di tipo 2 rappresenta la forma più diagnosticata di diabete e, insieme all'obesità, diventa sempre più comune in tutto il mondo. Tumori solidi e diabete spesso coesistono, ad eccezione del cancro alla prostata, la cui incidenza sembra essere ridotta nei pazienti con diabete.

Poco studiata finora è stata invece la relazione tra diabete di tipo 2 e melanoma cutaneo. Una recente metanalisi ha suggerito che il diabete potrebbe essere un fattore di rischio per il melanoma, e, in altri studi, l'insulinoresistenza è stata associata al melanoma cutaneo e collegamenti tra iperinsulinemia, iperglicemia, infiammazione cronica indotta dai grassi e cancro sono stati considerati possibili.

Uno studio pubblicato sulla rivista BJD ha voluto analizzare l'associazione tra diabete di tipo 2 e la più elevata aggressività del melanoma cutaneo. Hanno partecipato allo studio 443 pazienti con melanoma cutaneo invasivo diagnosticato nei reparti di oncologia o dermatologia di 29 ospedali spagnoli, da ottobre 2012 a settembre 2015. Tutti i partecipanti compilavano un questionario alla diagnosi che comprendeva età, sesso, caratteristiche fisiche, precedenti malattie, abitudine al fumo, consumo di alcool, trattamenti in corso ed erano sottoposti ad esame del sangue a digiuno con misura dell'emoglobina glicata e marcatori di infiammazione sistemica.

Venivano anche raccolte le caratteristiche dei melanomi cutanei come siti anatomici e sottotipo e quelle relative all'aggressività quali spessore Breslow del tumore, presenza di ulcerazioni, tasso mitotico, coivolgimento del linfonodo sentinelle e lo stadio (localizzato, locoregionale o distante).

Lo studio si proponeva di valutare l'associazione tra la presenza di diabete di tipo 2 e l'aggressività del melanoma espressa come spessore Breslow e altri fattori noti di aggressività.

Erano 48 i partecipanti a cui era diagnosticato diabete di tipo 2 e di questi quasi la metà presentavano uno spessore Breslow del melanoma uguale o superiore a 2mm: l'associazione tra spessore del melanoma e diagnosi di diabete mellito di tipo 2 risultava significativa mentre non era significativa l'associazione tra lo spessore Breslow e l'uso di metformina per il trattamento del diabete e i livelli di emoglobina glicata.

Secondo gli autori l'insulinoresistenza e la conseguente iperinsulinemia cronica potrebbero stimolare la velocità di crescita del tumore aumentando le concentrazioni del fattore di crescita IGF-1, che è considerato un possibile responsabile dell'aumento di incidenza di melanoma nei pazienti con diabete di tipo 2. Altri fattori coinvolti potrebbero essere l'aumento di produzione di specie reattive all'ossigeno e la diminuizione di antiossidanti con conseguente danno al DNA e più veloce prolifeazione delle cellule cancerose, o l'aumento dei livelli di leptina nei soggetti con diabete di tipo 2 che sarebbe associato a meccanismi che favoriscono l'oncogenesi.

Gli stessi autori sottolineano che il numero dei pazienti con diabete di tipo 2 è comunque piccolo (circa il 10% del totale) e che non è stato possibile avere informazioni su altri fattori come la dieta e l'attività fisica che possono essere importanti nel diabete di tipo 2 e nella biologia del cancro, rendendo quindi necessari ulteriori studi per confermare o meno i risultati dello studio (1).

A cura della Redazione scientifica.

  1. Nagore E, Martinez-Garcia MA, Gomez-Olivas JD, et al. Relationship between type 2 diabetes mellitus and markers of cutaneous melanoma aggressiveness: an observational multicentric study in 443 patients with melanoma. Br J Dermatol. 2021 Jan 16.



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