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Pillole di Dermatologia

Selfie da paura

Pubblicata il 10/6/2020


selfieL'esposizione precoce ai raggi UV, associata ad ustioni, è un fattore di rischio per lo sviluppo di melanoma in età adulta, di conseguenza è importante riuscire a ridurre tale esposizione nei bambini e nei giovani. Nello stesso tempo un uso giornaliero di creme solari può prevenire le ustioni della pelle e diminuire il rischio di tumori cutanei.

Molti sono stati gli interventi educativi rivolti ai giovanissimi, spesso condotti in ambiente scolastico, per stimolare i ragazzi a proteggere la propria pelle dal sole. Molte volte questi interventi non hanno dati i risultati sperati: gli adolescenti considerano l'abbronzatura un elemento che migliora l'aspetto e rende più attraenti, inoltre è possibile che conferenze, tenute in orario scolastico, alla fine diventino "noiose".

Un gruppo di ricercatori tedeschi e brasiliani ha voluto usare una applicazione, liberamente disponibile su telefono cellulare, e chiamata
Sunface, per uno studio randomizzato condotto in otto scuole secondarie pubbliche nel comune di Itauna (Brasile): partecipavano 52 classi per un totale di 1573 studenti divisi in due gruppi, un gruppo d'intervento di 734 studenti ed un gruppo di controllo di 839 studenti. L'età media nei due gruppi era di 15,7 e di 16,0 anni rispettivamente.

All'inizio e nei successivi sondaggi di controllo, i partecipanti dovevano compilare dei questionari contenenti dati demografici, informazioni sul tipo di pelle secondo la scala di Fitzpatrick, ascendenza, frequenza dell'uso di creme solari, frequenza di auto-esame della pelle e sessioni di abbronzatura nei 30 giorni precedenti il sondaggio.

L'intervento condotto a scuola consisteva in un modulo educativo di 45 minuti usando l'
app. Sunface, condotto da studenti di medicina addestrati e preceduto da un sondaggio di base alla presenza di un docente.

Dopo il sondaggio iniziale, altri due sondaggi erano condotti dopo tre e sei mesi per valutare i cambiamenti nell'uso giornaliero di creme solari, nel controllo della pelle mediante auto-esame e nelle esposizioni al sole per abbronzarsi, rispetto al mese precedente il sondaggio di base.

In pratica durante l'intervento a scuola veniva chiesto ai ragazzi di fare un selfie ed utilizzare l'
app Sunface sulla foto: l'app funziona alterando l'immagine e mostrando gli effetti sul viso dell'esposizione ai raggi solari nel tempo, una specie di viaggio nel futuro che rende l'idea dei danni che i raggi UV fanno alla nostra pelle, se non la proteggiamo in maniera adeguata.

L'analisi delle risposte fornite dagli studenti mostra che l'uso delle creme solari aumentava dal 15% al 22.9% a sei mesi dall'intervento. Il numero di ragazzi che faceva almeno un auto-esame della pelle passava dal 25.1% al 49.4%. E diminuivano, ma di poco, dal 18.8% al 15.2%, gli studenti che continuavano ad abbronzarsi, inoltre questo effetto, visto già dopo tre mesi, era perso parzialmente nei mesi successivi.

Nessun cambiamento significativo era invece osservato nel gruppo di controllo.

Il miglioramento osservato, nel gruppo che aveva usato l'
app Sunface, mostra che vedere proiettati, su uno schermo, i segni che una eccessiva esposizione ai raggi UV ed una scarsa protezione lasciano sulla pelle del viso ha un effetto positivo sui comportamenti di una parte degli studenti, e sembra essere più efficace di altri tipi di interventi più tradizionali.

Da notare che gli studenti hanno adottato facilmente comportamenti salutari come usare una crema protettiva o controllare la propria pelle, mentre hanno avuto più difficoltà a smettere di abbronzarsi, forse perchè tale abitudine permette di rendere più attraente il proprio aspetto nel breve periodo. E quando si è giovani si vive nel presente senza considerare i danni che ci potrebbero essere nel futuro.

Secondo uno studio precedente che calcolava gli effetti potenziali di un intervento per favorire la protezione dai raggi UB in età scolare, l'incidenza di melanoma nei 70 anni successivi all'intervento potrebbe diminuirebbe del 20% se tutti i ragazzi iniziassero ad usare protezioni solari in maniera regolare (1,2).

A cura della Redazione scientifica.

  1. Brinker TJ, Faria BL, de Faria OM, et al. Effect of a Face-Aging Mobile App-Based Intervention on Skin Cancer Protection Behavior in Secondary Schools in Brazil: A Cluster-Randomized Clinical Trial [published online ahead of print, 2020 May 6]. JAMA Dermatol. 2020;e200511.
  2. Brinker TJ, Schadendorf D, Klode J, et al. Photoaging Mobile Apps as a Novel Opportunity for Melanoma Prevention: Pilot Study. JMIR Mhealth Uhealth. 2017;5(7):e101. Published 2017 Jul 26.


#journalnews_28

Pubblicata il 10/6/2020


journalnewsBrevi notizie dalle riviste scientifiche e dalla rete:



  • Il nuovo coronavirus ha colpito una buona parte della popolazione mondiale determinando una vera e propria pandemia che, fino al 3 giugno 2020, ha provocato oltre 381.000 morti (vedi qui). Il virus attacca principalmente le vie respiratorie provocando, in alcuni casi, gravi infezioni a livello polmonare. Secondo un recente studio sarebbe la mucosa nasale la via primaria utilizzata dal virus per penetrare nell'organismo umano: la mucosa sarebbe la principale sede di deposizione degli aerosol contenenti virus, inalati da soggetti mai venuti a contatto con il virus, inoltre si è visto che le cellule epiteliali del naso esprimono più recettori ACE2 (specifici per il virus) rispetto ai polmoni. Se ne parla in: https://www.cell.com/cell/fulltext/S0092-8674(20)30675-9


  • La psoriasi è una malattia cronica che colpisce la pelle e le articolazioni ma può avere effetti anche a livello sistemico. Un gruppo di ricercatori ha misurato il Global Burden Disease (impatto globale della patologia) della psoriasi a livello mondiale a partire dal 1990 al 2017. L'analisi mostra che la prevalenza della psoriasi è aumentata negli anni, passando da 758 casi per 100.000 nel 1990 a 812 per 100.000 nel 2017. I livelli più alti di prevalenza si osservano negli Stati Uniti dove la prevalenza è passata da 1326 per 100.000 nel 1990 a 1437 casi per 100.000 nel 2017. La fascia di età più colpita è tra i 65-60 anni e le donne si ammalano più degli uomini. Se ne parla in: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/epdf/10.1111/ijd.14864


  • Mentre il contagio da coronavirus si diffondeva nel mondo provocando milioni di casi, cresceva una sorta di epidemia informativa tesa a negare l'esistenza della pandemia da SARS-CoV-2, o a suggerire teorie su un virus creato al fine di iniettare un vaccino contenente microchip, che permetterebbe il controllo della popolazione mondiale e altro ancora. Per i ricercatori che studiano la diffusione delle informazioni, questa epidemia è comunque una grande opportunità per capire come la gente reagisce alle notizie "false" e per trovare il modo di combattere questa "infodemia": se è difficile fermare completamente l'onda di notizie poco attendibili, la loro speranza è almeno quella di appiattire la curva. Se ne parla in: https://www.nature.com/articles/d41586-020-01452-z


A cura della Redazione scientifica.






Modelli matematici per le epidemie

Pubblicata il 3/6/2020


SIRQuando insorge un'epidemia c'è bisogno di comprendere rapidamente la sua evoluzione per poter progettare piani sanitari adeguati ad affrontare un'eventuale emergenza.

A tale scopo sono stati creati vari algoritmi basati sulla modellazione dei dati empirici disponibili o su modelli di trasmissione della malattia. In quest'ultimo ambito il tipo di modello più utilizzato è quello compartimentale SIR, che prevede la distinzione dei soggetti in suscettibili di contagio (
Susceptibles), infetti (Infected) e individui non più contagiosi (Recovered).

Il modello SIR fu introdotto nel 1927, successivamente alla pandemia di influenza del 1918, ed è divenuto rapidamente popolare anche grazie alla sua semplicità che permette di modellare l'andamento epidemico sulla base di un numero ristretto di parametri (1).

Più nel dettaglio, il modello prevede che ogni individuo si trovi, in un determinato istante temporale, in un gruppo (compartimento), con la possibilità di muoversi ad un altro gruppo sulla base di parametri fissati. L'ipotesi di progressione del modello prevede che un individuo suscettibile (S) possa infettarsi tramite contatto con un individuo infetto. Dopo un periodo in cui l'individuo è infetto (I) e contagioso, l'evoluzione finale è verso uno stato di non contagio (R), che, in realtà, include sia i guariti, quindi immuni alla malattia sia i deceduti. Lo stato di infezione (I) può, invece, includere sia soggetti asintomatici che diagnosticati e/o ospedalizzati.

Il tasso di infezione dipende da quanti individui si trovano in ogni gruppo; All'inizio dell'epidemia, quando ci sono pochi individui infetti, la malattia progredisce lentamente, ma successivamente accelera con andamento esponenziale man mano che più individui diventano infetti. Uno dei fattori che regola la crescita della malattia è il tasso di contagio o velocità di trasmissione (β). Tale parametro dipende essenzialmente dalla capacità di trasmissione della malattia e dal numero medio di contatti che ogni individuo ha con altre persone.

Per tale ragione, le strategie di contenimento della malattia in assenza di vaccini, mirano a ridurre β attraverso misure di distanziamento sociale, quarantena e chiusura delle attività pubbliche.

La transizione da infetti (I) a non contagiosi (R) dipende principalmente dal tempo che un individuo resta contagioso ed è espresso dal parametro γ ≥0.

L'ultimo parametro chiave è il numero di riproduzione base R0 espresso dal rapporto β/γ. A parità di tasso γ, una riduzione della velocità di trasmissione β attraverso strategie di mitigazione e contenimento della malattia permette di ridurre R0 ritardando e riducendo il picco di infezioni totali nel corso dell'epidemia.

La semplicità del modello SIR ne ha permesso la grande diffusione. Tuttavia esistono alcune limitazioni da valutare. Ad esempio il modello non considera il tempo latente tra esposizione e contagio effettivo. Alcune estensioni del modello SIR, come SEIR, incorporano questo parametro, anche se ulteriori estensioni sono necessarie per valutare l'effetto degli interventi di contenimento.

Durante la pandemia di Covid-19 il modello SIR è stato quello più ampiamento utilizzato. Altri modelli, tuttavia, sono stati impiegati tra cui i modelli di trasmissione di rete, che usano informazioni sul contatto tra individui e gruppi in una popolazione per modellare spazialmente la diffusione dell'epidemia (2,3).

Quando modelli differenti producono risultati qualitativamente diversi, questo può essere dovuto sia a criticità nelle assunzioni di base che al fatto che i dati disponibili sono insufficienti per arrivare ad una previsione accettabile.

Sebbene non esista un modello che possa predire perfettamente il futuro, i modelli attuali come SIR permettono di avere un'approssimazione abbastanza accurata dell'evoluzione di un'epidemia, permettendo alle pubbliche istituzioni di prendere decisioni tempestive per attuare piani mirati di intervento sanitario.

A cura della Redazione scientifica.

  1. Tolles J, Luong T. Modeling Epidemics With Compartmental Models. JAMA. May 27, 2020.
  2. Newell NP, Lewnard JA, Jewell BL. Predictive mathematical models of the COVID-19 pandemic. JAMA. April 16, 2020.
  3. Zlojutro A, Rey D, Gardner L. A decision-support framework to optimize border control for global outbreak mitigation. Sci Rep. 2019;9(1):2216.


I dermatologi italiani durante la pandemia

Pubblicata il 22/5/2020


dermatologi pandemia
Un nuovo virus

COVID-19 è il nome della sindrome da nuovo coronavirus (SARS-CoV-2), malattia che in pochi mesi si è diffusa in tutto il mondo causando sintomi respiratori gravi e, in alcuni casi, anche letali.

Il virus SARS-CoV-2 penetra nell'organismo umano attraversando le mucose delle vie respiratorie portato da goccioline, aerosol oppure per contatto con le mani. Anche le feci potrebbero essere una fonte di infezione.
I sintomi sono variabili, da moderati a molto gravi, inoltre il virus può essere presente in individui asintomatici già prima della comparsa dei sintomi.

Nella maggior parte dei casi le persone colpite dal virus guariscono facilmente, ma i più anziani e quelli con altre malattie (es. ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari e cancro) possono avere sintomi gravi con esito letale.

Il virus si diffonde facilmente e velocemente nella popolazione e, al momento, sono in studio numerose terapie che utilizzano farmaci approvati per altre condizioni.

In attesa di una cura definitiva, la strategia migliore per ridurre e interrompere il contagio si basa su interventi di sanità pubblica preventiva: precoce identificazione dei casi e isolamento, tracciamento e quarantena per chi è venuto a contatto con casi positivi. Fondamentale poi seguire rigide regole di comportamento come mantenere le distanze tra i singoli, utilizzare forme di protezione individuale quali mascherine e frequente lavaggio delle mani.


Gli effetti della pandemia

La pandemia da coronavirus sta influenzando la vita di ogni giorno e, in campo sanitario, molte discipline risentono della difficoltà di effettuare visite in ambulatorio o in ospedale.

Ma quali gli effetti di questa pandemia sulla pratica dermatologica in Italia e nel resto del mondo? Un gruppo di medici dermatologi ha cercato di rispondere a questa domanda, anche sulla base delle esperienze personali, con un articolo pubblicato sulla rivista JEADV.

In primo luogo si sono ridotte le visite ambulatoriali, sia negli ospedali che negli studi privati: in Italia si calcola una riduzione di circa l'80-90% per le visite dermatologiche.
Il problema riguarda molte altre specialità mediche: visite non urgenti, interventi chirurgici sono stati rimandati per evitare che la gente si spostasse da casa e per dare priorità alla gestione di COVID-19

In Italia, agli inizi di marzo, il decreto governativo
#iorestoacasa ha di fatto impedito qualsiasi spostamento, se non in caso di necessità primarie e di urgenze.
Situazioni di emergenza come queste vedono una possibile soluzione nell'uso della telemedicina. Il "teletriage" permetterebbe di selezionare i pazienti più gravi e la telemedicina permetterebbe di curare gli altri pazienti anche in piena pandemia.

In presenza di una epidemia anche le terapie possono essere un problema. È noto che usando i farmaci biologici aumentano i rischi di infezioni: dermatologi e pazienti si sono interrogati sulla possibilità di continuare a usare farmaci immunomodulatori, come ad esempio i farmaci biologici, sempre più utilizzati nel trattamento di malattie dermatologiche croniche.

Al momento, anche se i dati disponibili sono limitati, non sembra sicuro iniziare terapie immunosoppressive in una situazione come quella attuale. Interventi terapeutici che usano farmaci che vanno ad inibire il sistema immunitario sono da valutare attentamente, caso per caso, per i pazienti dermatologici, soprattutto se i pazienti hanno più di 60 anni e/o presentano altre comorbidità. Inoltre non si hanno dati sull'effetto che l'infezione da coronavirus può avere sul decorso di malattie infiammatorie croniche e sui possibili rischi di trattamenti sistemici.

Nel caso di pazienti contagiati da coronavirus le citochine infiammatorie da una parte stimolano la risposta del sistema immunitario ma in seguito possono determinare uno stato di infiammazione diffusa che può avere gravi conseguenze per l'organismo.

Sulla base di studi precedenti, condotti in macachi infettati con un altro coronavirus, responsabile della MERS, si è ipotizzato che la risposta clinica di pazienti con COVID-19 potrebbe migliorare aggiungendo agli antivirali altri farmaci che riducono la risposta infiammatoria, come gli inibitori di TNF e IL17: due studi clinici sono in corso in Cina che prevedono l'uso di ixekizumab o adalimumab, associati a terapia antivirale, per il trattamento di COVID-19.

Da considerare anche che nelle persone più anziane esiste uno stato di infiammazione, correlato all'età, e questo potrebbe essere una delle cause dell'esito infausto di COVID-19 in molti pazienti di età avanzata.

Da segnalare che, sia durante le epidemie di SARS nel 2002 e di MERS che adesso con COVID-19, nessun aumento dei rischi di morte è stato riportato in pazienti trapiantati o sotto trattamento immunosoppressivo.
In generale i dati sembrano suggerire che nei pazienti con immunosoppressione, indotta da farmaco, non aumenta il rischio di grave malattia polmonare, rispetto alla popolazione generale.


L'azione dei dermatologi

Il personale sanitario, in prima linea negli ospedali, ha visto oltre 3600 lavoratori contagiati dal virus e oltre un centinaio i medici morti (al 20 maggio 2020). Causa principale di questo, la scarsa disponibilità iniziale di dispositivi di protezione adeguati in tante strutture: mascherine mediche, guanti, occhiali e schermi protettivi, tute di protezione.

Anche i dermatologi hanno vissuto questa epidemia al fianco degli altri medici, almeno negli ospedali delle regioni più colpite dal virus: i dermatologi che, in gran parte, si sono ritrovati senza pazienti, hanno assistito i malati di COVID-19.

La dermatologia è poi intervenuta nella prevenzione dei tanti effetti avversi sulla pelle, conseguenti all'uso prolungato di questi dispositivi e/o di altri accorgimenti come il lavaggio delle mani con acqua e sapone o altri detergenti. Il continuo lavaggio delle mani distrugge la barriera cutanea che ha una funzione protettiva rispetto ad altri patogeni, oltre a determinare secchezza e arrossamenti della cute: a questo si può rimediare con l'uso di creme idratanti sulla pelle umida.


Virus e dermatologia

Con il passare dei giorni aumentano le segnalazioni di problemi dermatologici correlati al virus e aumenta la necessità di studi sulle malattie cutanee e la gestione delle terapie in situazioni di emergenza come questa pandemia.

Dai dermatologi cinesi di Wuhan veniva il suggerimento che lesioni cutanee potessero favorire la penetrazione del virus per contatto indiretto, ma al momento non ci sono evidenze che il virus possa penetrare nell'organismo usando vie diverse da quelle note.

Inoltre con il passare del tempo sono aumentate le segnalazioni di lesioni cutanee in pazienti positivi al coronavirus (vedi qui).

Mancano dati sull'esito dell'infezione in pazienti con malattie infiammatorie e tumori della pelle.

Così non ci sono dati sul decorso della malattia in pazienti con malattie come la psoriasi che ricevono diverse terapie sistematiche: a tale proposito occorrono studi dedicati per stabilire la futura gestione di questi pazienti e per comprendere il ruolo della risposta immune nell'esito finale di COVID-19.

L'esperienza maturata in campo dermatologico, durante questa epidemia ancora in corso, potrà essere utile in futuro per gestire situazioni analoghe e per approfondire le conoscenze sulle terapie in uso in molte malattie croniche della pelle (1).

A cura della Redazione scientifica.

  1. Gisondi P, Piaserico S, Conti A, Naldi L. Dermatologists and SARS-CoV-2: The impact of the pandemic on daily practice. J Eur Acad Dermatol Venereol. 2020 Apr 22.


Una luce contro il virus?

Pubblicata il 22/5/2020


luce virusAlla Columbia University Medical Center di New York studiano da qualche anno la capacità di radiazioni UV, in particolare le radiazioni UVC, di distruggere differenti microrganismi patogeni, compresi i virus.

Le ricerche condotte dal gruppo del Prof. Brenner acquistano particolare importanza in questo periodo caratterizzato dalla diffusione a livello mondiale del nuovo coronavirus, SARS-CoV 2, che ha provocato milioni di contagi ed ha avuto in molti casi esito letale.

I raggi UVC, emessi dal sole insieme ai raggi UVB e UVA, hanno lunghezza d'onda compresa tra 100 e 280nm ma non raggiungono la superficie terrestre perché vengono neutralizzati completamente durante il passaggio nell'atmosfera.

Esistono però lampade artificiali in grado di emettere raggi UVC, usate normalmente per il loro effetto germicida, ad esempio nelle cappe microbiologiche per sterilizzare le superfici di lavoro.

Questa capacità di distruggere i microrganismi viene studiata nei laboratori della Columbia University allo scopo di produrre lampade a luce UVC in grado di "sanificare" gli ambienti, senza però danneggiare le persone che possono vivere al loro interno.

Sappiamo infatti che le le radiazioni UV possono determinare danni a livello della pelle a partire da semplici arrossamenti fino a tumori cutanei. Le radiazioni studiate dal gruppo del Prof Brenner hanno lunghezza d'onda compresa tra 207 e 222nm e sarebbero in grado di inattivare virus e batteri ma non avrebbero conseguenze negative sulla pelle umana. I raggi sarebbero invece assorbiti quasi interamente dallo strato corneo della pelle, costituito da cellule morte senza nucleo, e solo una minima parte della radiazione raggiungerebbe lo strato germinativo: il rischio di cancro sarebbe estremamente basso (1, 2).

Per adesso l'esposizione a questi raggi UVC fino a 222 nm, quindi poco pericolosi per la pelle e per gli occhi, si è mostrata utile per inattivare il virus dell'influenza H1N1, un virus a RNA diverso però dai coronavirus e sono in corso studi per vedere se può funzionare anche sul nuovo coronavirus.

Sarà poi da stabilire l'effetto reale di queste lampade a UVC nella vita di ogni giorno, non solo nelle condizioni controllate dei laboratori, o in presenza di alterazioni della pelle che potrebbero facilitare l'assorbimento di questi raggi e quindi aumentare la loro pericolosità (3).

A cura della Redazione scientifica.

  1. Welch D, Buonanno M, Grilj V, et al. Far-UVC light: A new tool to control the spread of airborne-mediated microbial diseases. Sci Rep. 2018;8:2752.
  2. Buonanno M, Ponnaiya B, Welch D, et al. Germicidal Efficacy and Mammalian Skin Safety of 222-nm UV Light. Radiat Res. 2017;187:483-491.
  3. www.scienzainrete.it



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