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Pillole di Dermatologia - settembre 2016

Tessuti del futuro

Pubblicata il 28/9/2016


tesuti e futuroAlla normale temperatura della pelle il corpo umano emette media radiazione infrarossa (IR) (intervallo lunghezza d'onda tra 7 e 14µm con un picco di emissione a 9.5µm), e tale emissione di calore rappresenta più del 50% della perdita totale di calore corporeo. Una migliore gestione della temperatura corporea potrebbe contribuire ad una particolare forma di risparmio energetico. A tale scopo un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Ingegneria e Scienza dei Materiali dell'Università di Stanford ha studiato alcuni tipi di fibre tessili che, attraverso una efficace gestione termica personale, permetterebbero di aumentare la perdita di calore in estate e diminuirla in inverno.

A differenza dei normali tessuti, che non sono progettati per il controllo della radiazione IR, le fibre descritte dai ricercatori sarebbero in grado di promuovere riscaldamento o raffreddamento del corpo, essendo in grado di trattenere o disperdere gran parte della radiazione emessa dal corpo.

In uno studio del 2015 il gruppo di ricerca aveva descritto un particolare tipo di tessuto che, dopo immersione in una soluzione di nanofili metallici, ad esempio nanofili di argento (AGNW), è in grado di riflettere all'interno circa il 90% del "calore del corpo" a differenza dei normali tessuti di lana che possono riflettere solo il 20% dello stesso. Il tessuto a base di argento permette migliore isolamento ma non sarebbe possibile indossare vestiti rivestiti solo di metallo per la mancanza di traspirazione. Le fibre di nanofili d'argento invece permettono al corpo di respirare per la presenza di nanopori che creano una struttura con spazi di circa 300nm attraverso cui le molecole di vapore d'acqua possono facilmente passare. Indossare vestiti fatti con queste fibre permetterebbe un notevole risparmio energetico diminuendo la necessità di riscaldamento all'interno degli edifici (1).

Per combattere il caldo invece servirebbe un tessuto trasparente agli IR e opaco alla luce visibile che lasci passare il calore senza trattenerlo in modo da raffreddare il corpo: un tessuto con caratteristiche di vestibilità simili ai tessuti tradizionali, quali capacità di assorbire l'umidità e di essere permeabile all'aria. A tale scopo i ricercatori hanno individuato tra le fibre possibili un tipo di fibra nanoporosa a base di polietilene (nanoPE). Una normale pellicola di polietilene non potrebbe però essere usata in quanto trasparente e priva degli altri requisiti richiesti. Gli autori hanno invece proposto una fibra nanoporosa di politetilene utile per un tessuto con buona trasparenza IR, caratterizzato da pori interconnessi con diametro da 50 a 1000nm, dimensioni paragonabili alla lunghezza d'onda della luce visibile, che lo rendono opaco all'occhio umano. Invece le dimensioni dei pori sono più piccole rispetto alla radiazione IR per cui il tessuto è trasparente agli IR. I pori interconnessi permettono all'aria di passare e possono assorbire l'umidità quando la superficie viene modificata in modo da diventare idrofilica.

Gli autori hanno dimostrato l'effetto di raffreddamento di nanoPE utilizzando un dispositivo che simula la perdita di calore della pelle. NanoPE aumenta la temperatura di 0.8°C, rispetto ai 3.5° del cotone e ai 2.9°C di un'altra fibra tessile a base di PE.
Questa nuova fibra tessile risulta, secondo gli autori, un materiale idoneo per la realizzazione di abiti che permettono una adeguata gestione del calore corporeo, sia per favorire il benessere in condizioni di eccessivo caldo che per diminuire la necessità di un eccessivo uso di impianti di condizionamento dell'aria (2).

A cura della Redazione scientifica.

  1. Hsu PC, Liu X, Liu C, et al. Personal thermal management by metallic nanowire-coated textile. Nano Lett. 2015;15:365-71.
  2. Hsu PC, Song AY, Catrysse PB et al. Radiative human body cooling by nanoporous polyethylene textile. Science 2016: 353: 1019-1023.


#journalnews_6

Pubblicata il 28/9/2016


journalnewsBrevi notizie dalle riviste scientifiche e dalla rete:



  • Un errore nella diagnosi di un melanoma può in molto casi essere pericoloso. E spesso è difficile, anche per lo specialista esperto, distinguere un nevo displastico da un melanoma: sono infatti scarsi i marcatori specifici che consentono di discriminare tra le due condizioni. Uno studio pubblicato da Plos One ha cercato di individuare marcatori utili per una esatta diagnosi di melanoma. Partendo dai dati di Tissue Microarray (TMA) gli autori hanno studiato 12 promettenti marcatori (pAkt, Bim, BRG1, BRMS1, CTHRC1, Cul1, ING4, MCL1, NQO1, SKP2, SNF5 and SOX4) in 122 melanomi e 33 nevi displastici. Quattro di questi (Bim, BRG1, Cul1 and ING4) erano espressi in maniera significativamente diversa nei melanomi rispetto ai nevi displastici e potrebbero essere di aiuto ai medici nella diagnosi dei melanomi. Su Plos One: http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0045037


  • L'ILDS, International League of Dermatological Societies, ha deciso di rivedere ed aggiornare il "Glossary of basic dermatology lesions", la cui prima edizione risale al 1987, allo scopo di favorire la comunicazione in dermatologia uniformando la nomenclatura utilizzata dalle principali società dermatologiche. È stata quindi nominata una commissione che, prendendo spunto dalle pubblicazioni e dai principali libri di testo, ha stilato un elenco di termini e definizioni. Dopo vari incontri e votazioni, la versione finale del glossario ha incluso 13 termini di base e 100 termini descrittivi. Il prossimo passo sarà la diffusione di questo glossario rivisto da parte della società dermatologiche nazionali e la sua traduzione nelle diverse lingue. In British Journal of Dermatology: http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/bjd.14419/abstract;jsessionid=DB1939361420B40BE6CF8539B996391C.f04t01


  • Un tatuaggio consiste nella introduzione di coloranti nel derma per un lungo periodo mentre nel caso del trucco permanente (PMU) si tratta di tatuaggi semi -permanenti. Nel caso dei tatuaggi si stima che il numero di persone che ne fanno uso in Europa sia passato dal 5% nel 2003 al 12% nel 2016: oltre 60 milioni di persone. Un report appena pubblicato dal Joint Research Centre (JRC) analizza la sicurezza e le leggi che regolano l'uso degli inchiostri usati per tatuaggi e trucco permanente al fine di delineare un quadro della situazione attuale e dare alla Commissione Europea (EC) le evidenze scientifiche utili per introdurre regole specifiche sull'uso di prodotti per tatuaggi e PMU, regole che al momento non sono ancora presenti nella EC. Il Joint Research Centre è un servizio della Comunità Europea costituito da un gruppo di scienziati la cui missione è fornire valutazioni scientifiche su argomenti che riguardano la salute e la sicurezza dei cittadini europei. Sul sito del Joint Research Centre: https://ec.europa.eu/jrc/en/publication/eur-scientific-and-technical-research-reports/safety-tattoos-and-permanent-make-final-report


A cura della Redazione scientifica.





Acne e lichen sclerosus genitale

Pubblicata il 9/9/2016


acne e lichenAppena pubblicati i risultati di due studi coordinati dal Centro Studi GISED su acne e lichen sclerosus genitale. Lo studio sull'acne, in corso di pubblicazione sulla rivista JAAD, ha esplorato il ruolo di fattori ambientali e personali nell'insorgenza di acne in donne adulte. Si tratta di uno studio multicentrico caso-controllo condotto in 12 città italiane a cui hanno partecipato 248 donne di età superiore ai 25 anni con acne diagnosticata e 270 donne con diagnosi diversa dall'acne, come controlli. L'acne femminile in età adulta (AFA) compare in genere dopo i 25 anni e presenta due varianti: l'acne "persistente" che continua dopo l'adolescenza e l'acne "ad insorgenza ritardata" che inizia dopo i 25 anni.

Non si sa molto sul perchè una malattia tipicamente adolescenziale possa essere presente anche in età adulta. Il progetto di ricerca "Studio dell'acne nella donna adulta" ha cercato di individuare i fattori di rischio correlati all'insorgenza di acne nelle donne adulte, includendo storia familiare, abitudine al fumo, occupazione, altre malattie, stress psicologico e fattori dietetici.

Tutte le informazioni sono state raccolte con un questionario standard su caratteristiche sociodemografiche (età, sesso, educazione ed occupazione), abitudini personali (fumo e consumo di alcool), misure antropometriche (altezza e peso), gravidanza, mestruazioni, uso di contraccettivi orali, storia di acne in parenti, malattie rilevanti (sindrome ovaio policistico, irsutismo, diabete di tipo II e malattia della tiroide) e livello di stress nell'ultimo mese. Un altro questionario invece raccoglieva informazioni sulle abitudini alimentari dell'ultimo mese prima dell'intervista. I gruppi alimentari considerati includevano latte intero o parzialmente scremato, altri latticini (formaggio, yogurt), alimenti a base di amido (pasta, pane e riso), pesce, carne, cioccolato, dolci, vegetali e frutta.

Dall'analisi delle risposte fornite è risultato che una storia familiare di acne, presenza di acne durante l'adolescenza, nessuna precedente gravidanza, presenza di irsutismo, lavorare in ufficio, un alto livello di stress psicologico ed alcune abitudini alimentari, quali basso consumo di vegetali, frutta e pesce, sono tutti fattori correlati all'acne. A differenza di un precedente studio che evidenziava l'associazione tra acne e consumo di latte scremato in adolescenti, il presente lavoro non conferma questa associazione nè quella con il BMI, mentre conferma l'effetto protettivo di vegetali, frutta e pesce. Probabilmente l'acne femminile in età adulta ha una origine differente rispetto a quella delle adolescenti, meno correlata a fattori metabolici (1).

Nel secondo articolo, pubblicato dalla rivista JEADV, viene analizzato l'insieme dei potenziali fattori di rischio associati a lichen sclerosus genitale (GLS), una infiammazione cronica dell'area genitale la cui incidenza è poco nota e probabilmente sottostimata. Nelle donne la malattia determina prurito, bruciore e dispareunia (dolore durante il rapporto sessuale) con conseguenze a volte anche gravi per le aree colpite. Negli uomini colpisce soprattutto i non circoncisi causando disfunzioni sessuali e urinarie anche gravi. L'eziologia della malattia è poco nota: infezioni, influenze ormonali, traumi ed irritazione cronica sono stati suggeriti come fattori d'innesco in individui predisposti geneticamente.

Lo studio, condotto dal Centro Studi GISED e dal SIDEMAST, è uno studio multicentrico che ha cercato di raccogliere un ampio campione di pazienti italiani affetti da GLS, in 15 unità dermatologiche, per valutare comorbidità, caratteristiche demografiche e cliniche. I dati raccolti sono stati elaborati al fine di identificare associazioni includendo potenziali fattori di rischio e possibili differenze legate al genere.

In totale hanno partecipato 729 pazienti, distinti in 53.8% donne e 46.2% uomini, che sono stati paragonati alla popolazione generale italiana. Rispetto a quest'ultima i pazienti con GLS sono risultati più frequentemente obesi o sovrappeso. Così vi era una prevalenza maggiore di soggetti con ipertensione. Alta era inoltre la percentuale di pazienti con un livello di studi uguale o superiore alla scuola secondaria superiore, quindi con maggiore probabilità di svolgere un lavoro sedentario e essere fisicamente meno attivi. Il che suggerirebbe il coinvolgimento di fattori metabolici nell'insorgenza o nella cronicità della malattia. Inoltre, come atteso, vi era un'alta prevalenza di disordini della tiroide, ipotiroidismo autoimmune, nei pazienti con GLS. Riguardo alla familiarità, circa il 5.4% aveva una storia familiare della malattia ed in genere un inizio più precoce della malattia. Lo studio invece non ha trovato le associazioni tra malattia e esposizione al fumo, diabete mellito, psoriasi, uso di contraccettivi orali, malattia infiammatoria dell'intestino e incontinenza urinaria, descritte in precedenti studi. Nonostante alcune limitazioni questo risulta ad oggi il più ampio studio sul lichen sclerosus genitale che include pazienti di entrambi i sessi (2).

A cura della Redazione scientifica.

  1. Di Landro A, Cazzaniga S, Cusano F, et al. Group for Epidemiologic Research in Dermatology Acne Study Group. Adult female acne and associated risk factors: Results of a multicenter case-control study in Italy. J Am Acad Dermatol. 2016 Aug 16.
  2. Virgili A, Borghi A, Cazzaniga S, et al. GLS Italian Study Group. New insights into potential risk factors and associations in genital lichen sclerosus: Data from a multicentre Italian study on 729 consecutive cases. J Eur Acad Dermatol Venereol. 2016 Aug 12.


Prurito, nuovi recettori

Pubblicata il 9/9/2016


acne e lichenIl prurito può essere causato dal contatto con piante velenose o punture di insetti e serve ad avvisarci di un pericolo. Le irritazioni della pelle dopo un morso di un insetto o altro inducono le cellule immunitarie a produrre istamina, sostanza che determina il bisogno di grattarsi in maniera continua.

Il prurito tipico, ad esempio successivo al morso di una zanzara, compare come reazione alle sostanze rilasciate dall'insetto da parte del sistema immunitario che le riconosce come estranee. Le cellule immunitarie in circolo a loro volta rilasciano citochine che aumentano la risposta immunitaria. La pelle avverte il primo prurito e si viene indotti a grattarsi. Grattandosi si danneggia lo strato più esterno dell'epidermide e a questo punto le cellule immunitarie rilasciano istamina in grandi quantità. L'istamina attiva recettori specifici posti nelle terminazioni dei nervi sensoriali ed è allora che si avverte il prurito.

Per combattere il prurito finora i farmaci più usati sono stati gli antistaminici (insieme agli steroidi) ma la scoperta di altre sostanze coinvolte potrebbe portare allo sviluppo di nuovi farmaci. È noto da tempo che gli antistaminici non funzionano in tutti i casi di prurito: sono utili nelle reazioni allergiche ma non servono per molti cosiddetti pruriti cronici.

E come si sospettava da tempo si è scoperto che esistono altre sostanze che svolgono un ruolo nel prurito, forse più dell'istamina.

Per individuare nuovi recettori del prurito sono state considerate sostanze note per dare prurito senza il coinvolgimento dell'istamina. Una di queste è Mucuna pruriens, pianta da cui si ottengono ingredienti delle polveri pruriginose in vendita. La sensazione di prurito è simile a quella descritta dai pazienti che soffrono di eczema: un prurito bruciante. Il fattore irritante è una proteasi, un enzima che taglia le proteine, detta mucunaina.Tale enzima attiva un recettore presente nella pelle e nelle cellule nervose: il recettore PAR2. Gli enzimi come la mucunaina tagliano un piccolissimo pezzo della proteina PAR2 attivando il recettore. Proteasi e i frammenti di peptidi sono quindi importanti mediatori del prurito.

Le proteasi sono presenti anche nella saliva degli insetti e nelle secrezioni batteriche e questo spiegherebbe come mai punture di insetti e infezioni possono determinare irritazioni e pruriti.

Un altro fattore studiato è la colchicina, principio attivo di farmaci usati per curare la malaria, che tra i suoi effetti collaterali ha proprio il prurito, un sintomo che non passa usando gli antistaminici. Studiando la colchicina si è scoperta un'altra famiglia di recettori detti Mrgpr (mas-related G protein-coupled receptors) che si attivano in presenza di sostanze pruriginose.

Rimane da capire quali molecole attivano questi recettori del prurito non istaminici soprattutto nei casi di prurito cronico, rendendo possibile la scoperta di nuove terapie.

Un'altra strada da seguire prende in considerazione i circuiti del sistema nervoso che rispondono al prurito e in particolare il rapporto tra prurito e dolore: quando una ferita guarisce diminuisce il dolore ma spesso compare una sensazione di prurito. Il possibile collegamento tra sensazione del dolore e prurito è un'area di ricerca in pieno sviluppo a cui lavorano diversi gruppi anche in collaborazione. Differenti studi hanno evidenziato che dolore e prurito forse non sono due sensazioni separate ma che medesimi circuiti sensoriali possono attivarsi in entrambi i casi. La comprensione dei meccanismi alla base di questi fenomeni potrà aiutare a trovare nuove sostanze in grado di curare casi di prurito cronico e migliorare la qualità della vita di coloro che ne soffrono. Sul numero di Luglio de Le Scienze un articolo spiega quello che si sa e che si sta scoprendo sul prurito (1).

A cura della Redazione scientifica.

  1. Sutherland S. L'irritante sensazione del prurito. Le Scienze 2016, 575:42-45.



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