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Pillole di Dermatologia - novembre 2015

Un'assoluzione attesa

Pubblicata il 9/11/2015


Assolto "
perché il fatto non sussiste". Questo il recente verdetto del giudice del tribunale di Roma nei riguardi di Nello Martini, già direttore generale dell'Agenzia Italiana del Farmaco, relativo all'accusa gravissima e ora valutabile come priva di fondamento di disastro colposo.

Il tribunale ha riconosciuto "l'assoluta inconsistenza dell'accusa" che ha, tuttavia, portato all'ingiusto allontanamento di Nello Martini dall'AIFA. Possiamo rallegrarci ora per questo verdetto ma non dobbiamo dimenticare i danni apportati al processo di profondo rinnovamento dell'Agenzia avviato da Nello Martini.

La dermatologia italiana è debitrice, a Nello Martini della riorganizzazione dell'assistenza ai pazienti con psoriasi con l'avvio del programma Psocare. A tale programma il nostro Centro Studi ha collaborato attivamente coordinandone il registro. La definizione di centri di riferimento per la gestione clinica e l'avvio di una raccolta prospettica di dati associata con l'introduzione di nuovi farmaci per la psoriasi, sono stati giudicati come assolutamente innovativi nel panorama internazionale.

Caro Nello ti siamo riconoscenti!

A cura della Redazione scientifica.



Composti fenolici e perdita di colore

Pubblicata il 9/11/2015


Perdita colore
Rhododenol (4-(4-hydroxyphenyl)-2-butanol, Rhododenol®)), è un composto fenolico di origine vegetale, presente in molte piante come Acer nikoense and Betula platyphylla, utilizzato in composti cosmetici per decolorare e schiarire la pelle. Agisce infatti come un inibitore della sintesi di melanina, probabilmente inibendo tirosinasi umane.

Nel mercato giapponese prodotti schiarenti a base di
Rhododenol (2% w/w) sono stati usati per quasi 5 anni fino alla segnalazione di numerosi casi di un disordine di depigmentazione cutanea soprattutto ai siti di applicazione del prodotto. I prodotti contenenti la sostanza sono stati ritirati dal mercato.

Si trattava di casi di leucodermia, un disordine caratterizzato da depigmentazione della pelle che si era manifestato in circa il 2% dei consumatori dei prodotti cosmetici a base di
Rhododenol. I sintomi si manifestavano soprattutto nelle zone dove il prodotto era applicato e, nel 79% dei casi, tendevano a migliorare nei sei mesi successivi all'interruzione dell'uso.

La leucodermia da sostanze chimiche è una ipopigmentazione acquisita dovuta a ripetute esposizioni a sostanze chimiche che danneggiano i melanociti della pelle. Si manifesta al sito di contatto o in siti distanti ed è possibile distinguerla dalla vitiligine solo perchè quest'ultima persiste anche dopo l'allontanamento della sostanza che ha innescato la depigmentazione.

Sostanze chimiche responsabili sono in genere derivati aromatici di fenoli e catecoli anche se altre sostanze possono avere effetti depigmentanti, esempio sulfidrili, mercuriali, arsenico, aldeide cinnamica, p-fenilendiammina, benzil alcool, acido azelaico, corticosteroidi, eserina, tiotepa, clorochina e flufenazina. Molte di queste sostanze non sembrano avere un effetto letale sui melanociti anche se per sostanze specifiche come MBEH e 4-TBP si osserva una depigmentazione permanente con una totale rimozione dei melanociti.

Il 4-TBP inoltre determina una vitiligine occupazionale in persone che lavorano in industrie della gomma e concerie ed è citotossico per i melanociti. È probabile che entrambe agiscano come substrati per tirosinasi, enzima importante nella melanogenesi, per la loro somiglianza strutturale con la tirosina.

Uno studio pubblicato a Settembre del 2014 dalla rivista
Pigment Cell & Melanome Research esaminava gli effetti del Rhododenol su melanociti in coltura per comprendere i meccanismi della leucodermia indotta dal ripetuto contatto con il composto fenolico. Gli autori descrivevano una citotossicità tirosinasi-dipendente del Rhododenol sui melanociti, con accumulo di stress cellulare correlato al reticolo endoplasmico (ER stress) e attivazione di meccanismi apoptotici. I risultati ottenuti potrebbero essere utili per spiegare e trattare fenomeni simili chimicamente indotti quali leucodermia e vitiligine idiopatica (1).

In una
Letter to the editor, pubblicata recentemente sempre sulla stessa rivista, altri autori invece associano un aumentato rischio di vitiligine all'uso per lunghi periodi di colorazioni permanenti dei capelli e ad un precoce inizio delle stesse. In questo caso gli autori hanno utilizzato i dati di un'ampia coorte di donne americane, il Nurse's Health Study (NHS), iniziato nel 1976. Le partecipanti sono state seguite fino al 1982 mediante questionari biennali sulle condizioni di salute e relativi fattori di rischio, in particolare sull'uso di coloranti dei capelli e sull'età di inizio del loro uso. Nel 2012 ad un totale di 68950 donne dello studio NHS è stato chiesto di rispondere a domande relative all'insorgenza di vitiligine diagnosticata da un medico e all'anno di comparsa della malattia.

In totale sono stati documentati 254 casi di vitiligine con una prevalenza più alta tra le donne che coloravano i loro capelli e soprattutto tra quelle che avevano iniziato presto ad usare i coloranti dei capelli. Le colorazioni permanenti dei capelli contengono numerosi allergeni e sostanze tossiche, in particolare fenoli simili ad altri noti induttori chimici di vitiligine (2).


A cura della Redazione scientifica.

  1. Sasaki M, Kondo M, Sato K, et al. Rhododendrol, a depigmentation-inducing phenolic compound, exerts melanocyte cytotoxicity via a tyrosinase-dependent mechanism. Pigment Cell Melanoma Res. 2014;27:754-63.
  2. Wu S, Li WQ, Cho E, et al.Use of permanent hair dyes and risk of vitiligo in women. Pigment Cell Melanoma Res. 2015;28:744-6.


#journalnews_1

Pubblicata il 9/11/2015


Perdita coloreBrevi notizie dalle riviste scientifiche e dalla rete:




  • La FDA ha approvato Imlygic (talimogene laherparepvec), la prima terapia virale oncolitica per il trattamento di melanoma sulla pelle e nei linfonodi. Imlygic è un herpes virus oncolitico vivo geneticamente modificato che viene iniettato direttamente nelle lesioni di melanoma non operabile. Qui il virus si replica nelle cellule del cancro e le uccide. http://www.fda.gov/NewsEvents/Newsroom/PressAnnouncements/ucm469571.htm


  • Due differenti studi arrivano alla conclusione che la somministrazione di antiossidanti (es. N-acetil cisteina) favorirebbe la diffusione di metastasi da melanoma in topi. L'uso di antiossidanti sarebbe quindi utile nelle persone sane per ridurre i danni da molecole ossidative altamente reattive mentre sarebbe da sconsigliare in pazienti con cancro. Per ora tutto questo è stato visto solo nei topi ma potrebbe spiegare l'aumento dei casi di tumore polmonare e altri tumori osservato in ampi studi epidemiologici del passato che utilizzavano antiossidanti quali beta-carotene, vitamina E e retinolo. http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/full/nature15726.html http://stm.sciencemag.org/content/7/308/308re8


A cura della Redazione scientifica.






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