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Pillole di Dermatologia - giugno 2014

Raggi UV e melanoma

Pubblicata il 28/6/2014


UVIl legame tra radiazione ultravioletta (UV) e melanoma cutaneo è noto da tempo eppure i meccanismi molecolari, mediante i quali i raggi UV agiscono, non sono ancora chiari. La maggior parte dei melanomi sono caratterizzati da una mutazione somatica nel gene BRAF (V600E). Per studiare se i raggi UV possono accelerare la crescita del melanoma alcuni ricercatori del Cancer Research UK Manchester Institute hanno utilizzato topi di due mesi che esprimevano BRAF (V600E) nei loro melanociti. Un mese dopo, metà del dorso di ogni topo era rasata e coperta con un tessuto, mentre l'altra metà era esposta a basse dosi di raggi UV.

Entro 24 ore dall'esposizione ai raggi UV si osservava una sovraespressione del gene Trp53, codificante per la proteina TP53 (corrispondente a P53 umana) nelle zone esposte ai raggi UV. Subito si osservavano abbondanti cellule da scottatura nello strato basale della pelle esposta. La pelle non formava bolle ma, dopo 24-48 ore, si sviluppava un leggero eritema e, dopo sette giorni, diventava ruvida al tatto, mostrava fine desquamazione e diventava più spessa per ipercheratosi, ipertrofia epidermica e fibrosi del derma. Inoltre la pelle presentava nevi più grandi e più abbondanti.

Questi cambiamenti cutanei non si osservavano invece nei topi di tipo selvatico, senza mutazione BRAF. Tutto questo conferma gli studi epidemiologici umani mostrando che melanociti BRAF (V600E) sono suscettibili di proliferazione e nevogenesi innescata da basse dosi di raggi UV.

Circa il 70% dei topi con mutazione BRAF sviluppano melanomi con una latenza media di circa 12 mesi. Nei topi esposti ai raggi UV il processo risultava accelerato con sviluppo di melanomi entro sette mesi, con il 98% dei tumori presenti nell'area esposta. Nei topi senza mutazione non si osservavano melanomi.

Utilizzando invece potenti filtri solari (UVA, UVB fattore di protezione 50) 30 minuti prima dell'esposizione ai raggi UV, la pelle trattata non sviluppava eritema o ispessimento cutaneo. Il gene Trp non veniva sovraespresso e i nevi non erano diversi da quelli protetti con il tessuto. Lo schermo solare proteggeva la pelle dei topi dagli effetti immediati dei raggi UVA e UVB anche se tutti questi topi sviluppavano comunque melanomi entro 15 mesi dall'esposizione. Il numero di melanomi sviluppati risultava inferiore rispetto ai topi non protetti ma superiore rispetto ai topi non esposti a raggi UV.

L'analisi genetica delle mutazioni presenti nei melanomi evidenziava inoltre mutazioni UV indotte nel gene Trp53, in circa il 40% dei topi. Queste mutazioni erano in grado di accelerare la comparsa dei melanomi in topi già predisposti, indicando il gene Trp53 come un gene bersaglio che coopera con BRAF per indurre sviluppo di melanomi.

I risultati dello studio forniscono in definitiva validità alle campagne di salute pubblica che promuovono l'uso di creme con filtri solari per la protezione dai raggi UV. È quindi da raccomandare l'uso di schermi solari che possono ritardare, pur non riuscendo a prevenire completamente, lo sviluppo di melanomi. Ma le creme solari da sole non bastano e sono da utilizzare sempre in combinazione con altre possibili strategie di protezione solare, come coprirsi con indumenti o stare all'ombra nelle ore più calde del giorno (1).

A cura della Redazione scientifica.

  1. Viros A, Sanchez-Laorden B, Pedersen M, et al. Ultraviolet radiation accelerates BRAF-driven melanomagenesis by targeting TP53. Nature. 2014 Jun 11. [Epub ahead of print]


Il passato dell'acne

Pubblicata il 17/6/2014


aku-tDi acne si parla fin dall'antichità. Gli antichi
Egizi descrivevano l'acne nel papiro di Ebers: alcuni faraoni soffrivano di acne, rimedi del tempo contro l'acne sono stati ritrovati ad esempio nella tomba di Tutankhamon che regnò in Egitto tra il 1332 ed il 1323 a.C.

Numerose le credenze sull'origine di questa condizione: ad esempio gli Egizi pensavano che dire le bugie favorisse la comparsa dell'acne.

Nel papiro di Ebers si legge la parola "aku-t", più tardi tradotta come "bolle, pustole e qualunque altro rigonfiamento infiammatorio" che potevano essere trattate con preparazioni di origine animale e miele.

Fu il medico bizantino Aetius Amidenus il primo ad usare il termine "acne". La parola sarebbe derivata dal termine greco Acme che significa "punto" poi erroneamente trascritto come acne oppure dalla contrazione della parola greca "knesis" preceduta da una alfa privativa, intendendo qualcosa che non provoca prurito oppure da un termine greco che significa " qualcosa che fuoriesce da una superficie". I greci chiamavano l'acne con il termine tovoot (la prima crescita della barba) e successivamente con il termine ionthoi in entrambi i casi associando la comparsa dell'acne con la pubertà.

I romani usavano la parola "varus (pustoletta)" menzionata da Plinio e da Celsus e per i trattamenti bagni di zolfo che si pensava potessero pulire i pori della pelle. Nel quarto secolo d.C. il medico Teodosio consigliava di strofinare i brufoli con un tessuto e di farlo mentre si osservava una stella cadente, questo avrebbe favorito la caduta dei brufoli. Fu Galeno il primo a intuire che il termine greco "ionthoi" potesse comprendere più malattie suggerendo differenti preparazioni sulla base della consistenza dei noduli.

Anche il mondo greco-arabo descrive una condizione dermatologica che ricorda l'acne, detta "Busoore labaniya". Numerosi medici arabi, compreso il famoso Avicenna (Ibn Sina), hanno descritto l'acne, possibili trattamenti, la sua patogenesi e presentazione clinica, a partire dal primo secolo d.C. fino ai tempi moderni.

Nell'era Elisabettiana (1558-1603) l'aspetto delle donne era considerato molto importante. Le donne nobili dovevano apparire pallide e per questo usavano una pasta a base di piombo bianco (cerussa o biacca), un perfetto substrato per lo sviluppo dell'acne, oltre che dannoso per la salute delle donne. Per il trattamento dei brufoli venivano usati rimedi al mercurio, anche questi dannosi: il mercurio caustico erodeva la pelle! Per evitare ulteriori danni si tornò ai rimedi a base di zolfo dei tempi antichi.

Durante i secoli si era poi fatta strada l'idea che l'acne comprendesse varie forme della malattia tra cui anche la cosiddetta acne rosacea che sarà successivamente considerata una malattia a parte.

Alcuni importanti scrittori inglesi avevano descritto nelle loro opere personaggi che probabilmente soffrivano di acne rosacea. Ad esempio Geoffrey Chaucer (1343-1400) nel prologo ai "The Canterbury Tales" parla di una condizione simile alla rosacea indicando anche alcuni medicamenti usati fino ai tempi moderni... mercurio, zolfo, litargirio, borace, biacca, tartaro...e riconoscendo una associazione con cibi speziati e bevande forti.

E Shakespeare nell'Enrico V fa una descrizione di ... un tal Bardolfo,non so se Fostra Crazia lo conosce: ha la faccia fiorita di pitorsoli, di pustole, bubboni ed eruzioni, e le lappra gli soffiano nel naso, che somiglia a un tizzone sempre acceso, ora rosso, ora blu
Secondo i medici del tempo la rosacea sarebbe stata originata da un sangue spesso e viscoso, proveniente da un fegato mal funzionante, che portato dai capillari alla superficie del viso, si sarebbe diffuso ma avrebbe avuto difficoltà a tornare indietro causando rossore sulla faccia.

L'acne, nelle sue differenti manifestazioni, risulta quindi una malattia che ha afflitto l'umanità, soprattutto i giovani adolescenti, fin dai tempi antichi ed è stata associata a fattori costituzionali, uso di cosmetici, problemi del tratto alimentare, anormalità delle mestruazioni e comportamenti sessuali non considerati normali (1,2).

A cura della Redazione scientifica.

  1. Grant RN. The history of acne. Proc R Soc Med. 1951; 44:647-52.
  2. Tabasum H, Ahmad T. et al. The historical panorama of Acne vulgaris. Journal of Pakistan Association of Dermatologists 2013; 23:315-319.



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