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Pillole di Dermatologia - aprile 2017

Batteri sulla pelle

Pubblicata il 3/4/2017


batteri pelleRicercatori dell'Università della California, San Diego, hanno scoperto che alcuni batteri, normalmente presenti sulla pelle umana, sono in grado di produrre sostanze chimiche che uccidono
Staphylococcus aureus, un microrganismo che può causare gravi infezioni cutanee.

Studiando il cosiddetto "microbioma cutaneo", cioè l'insieme di batteri, virus e funghi che, invisibili ai nostri occhi, popolano la nostra pelle, i ricercatori hanno isolato e sequenziato i genomi di batteri prelevandoli da persone sane e da persone affette da dermatite atopica scoprendo che le persone con dermatite atopica hanno livelli più bassi di microbi con attività antibatterica rispetto agli individui sani.

Tra tutti i microbi della specie
Staphylococcus sono stati selezionati quelli in grado di produrre peptidi che uccidevano S. aureus e questi peptidi sono stati inseriti in una lozione usata sulla pelle dei pazienti con dermatite atopica.

Tra i batteri isolati risultavano dotati di attività antimicrobica solo alcuni ceppi di
S. epidermidis e S. hominis ed in particolare veniva considerato il ceppo A9 di S. hominis: messo a crescere in un capsula Petri ricoperta da una strato di S. aureus, il ceppo A9 era in grado di creare delle aree libere da batteri patogeni.

In pratica questo ceppo produce una serie di nuovi antibiotici che sopprimono
S. aureus anche nella sua versione farmaco-resistente, MRSA, e nello stesso tempo agiscono insieme a sostanze naturalmente prodotte dalla pelle umana.

I ceppi come A9 sono presenti sulla pelle degli individui sani in quantità maggiori rispetto a quelli con dermatite atopica anche se non si conosce ancora la ragione di questa differenza: tra le ipotesi avanzate differenze genetiche oppure derivanti dall'alimentazione, ambiente o regimi di cura della pelle.

Una prima prova condotta su pochi individui (n=5) con dermatite atopica ha permesso di isolare ceppi di
Staphylococcus in grado di produrre antibiotici e di aggiungerli ad una crema che, spalmata sulle braccia dei 5 volontari scelti per il test, dimostrava di abbassare i livelli di S. aureus più del 90% (1).

Uno studio clinico successivo, che dovrebbe arruolare 60 pazienti, cercherà di determinare se l'uso continuo di questa crema "probiotica", per settimane o mesi ,sia sicuro e in grado di curare la dermatite atopica (vedi qui).

Uno studio simile, condotto in Germania l'anno scorso e pubblicato dalla rivista Nature, descriveva la scoperta di un ceppo batterico di
S. lugdunensis che vive nel naso e che è in grado di produrre un antibiotico capace di uccidere S. aureus, la cosiddetta lugdulina.

La nostra pelle si comporta quindi come un terreno adatto alla crescita di popolazioni batteriche utili per combattere infezioni e agenti patogeni implicati in malattie cutanee come la dermatite atopica, e queste scoperte possono favorire lo sviluppo di trattamenti personalizzati utilizzando proprio questi ceppi batterici presenti sulla nostra cute (2).


A cura della Redazione scientifica.

  1. Nakatsuji T, Chen TH, Narala S, et al. Antimicrobials from human skin commensal bacteria protect against Staphylococcus aureus and are deficient in atopic dermatitis. Sci Transl Med.2017;9(378).
  2. Zipperer A, Konnerth MC, Laux C, et al.Human commensals producing a novel antibiotic impair pathogen colonization. Nature. 2016;535:511-6.


Carcinoma a cellule di Merkel

Pubblicata il 3/4/2017


carcinoma merkelIl carcinoma a cellule di Merkel (MCC) è un raro "cancro neuroendocrino della cute" descritto per la prima volta nel 1972 in 5 pazienti che presentavano tumori inusuali con aspetto "trabecolare" all'analisi istologica. Le successive analisi al microscopio elettronico permisero di osservare la presenza di granuli neurosecretori nelle cellule tumorali: il tumore fu quindi classificato tra i tumori neuroendocrini ed in particolare si ipotizzò che questi carcinomi derivassero dalle cellule di Merkel dello strato basale dell'epidermide, cellule caratterizzate da tipici granuli neuroendocrini e filamenti di cheratina (1,2).

La malattia si presenta in genere al livello della testa e del collo con lesioni di varia grandezza che hanno l'aspetto di noduli duri e lisci, color carne o rosso-bluastro. Spesso sono presenti metastasi che partono dai linfonodi vicini e si diffondono nell'organismo. Il tumore è molto aggressivo, più letale del melanoma anche se rappresenta meno dell'1% dei tumori cutanei: si manifesta soprattutto nelle persone anziane e la sua incidenza è in costante crescita. I fattori di rischio più comuni sono l'età avanzata, uno stato immunologico compromesso e danni derivanti da esposizione cronica a raggi UV.

Recentemente un poliomavirus umano è stato scoperto ed indicato come un agente oncogenico di MCC: si tratta di un piccolo virus a DNA circolare, doppia elica, della famiglia
Polyomaviridae. Questo virus è stato affiancato ad altri fattori clinici e immunologici che sembrano essere implicati nella origine di questo raro tumore della pelle.

In effetti l'infezione da poliomavirus è diffusa nella popolazione umana e la sede più frequentemente colpita, in maniera asintomatica, è la pelle. Tuttavia l'integrazione del genoma virale nelle cellule di Merkel, spesso nel cromosoma 5, può determinare mutazioni in grado di inattivare la funzione del soppressore tumorale pRB. Queste e altre mutazioni bloccano la replicazione virale e la successiva morte cellulare ma conservano la sua funzione oncogenica inducendo proliferazione cellulare non controllata.

Sembra che i tumori MCC positivi per i poliomavirus abbiano una prognosi migliore rispetto agli MCC poliomavirus negativi, per i quali invece la prognosi è scarsa.

Al momento sono in corso numerosi studi clinici che usano nuove cosiddette "targeted therapies" o "terapie mirate" e immunoterapie, in particolare immunoterapie anti-PD-L1 e anti-PD-1 che, in combinazione con terapie mirate, potrebbero diventare terapie elettive per malattia metastatica, indipendente dalla presenza del virus. Altri trattamenti in studio comprendono vaccini, interferone, interleuchine etc.

Tra i farmaci studiati due sembrano promettenti: avelumab, un anticorpo monoclonale umano che ha già ricevuto dall'FDA la designazione di terapia innovativa e dall'EMA quella di farmaco orfano per il trattamento del carcinoma a cellule di Merkel, e pembrolizumab, un altro anticorpo monoclonale in grado di riattivare il sistema che inibisce l'apoptosi e che ha mostrato di aumentare di molto la progressione di sopravvivenza (3,4).

Altre informazioni utili potrebbero derivare da studi di biologia cellulare rivolti in maniera specifica alle cellule di Merkel. Queste cellule sono cellule meccanosensibili, che rispondono a stimoli tattili leggeri. Finora si avevano poche notizie sulla frequenza della loro sostituzione e sulla natura dei precursori che consentono di mantenere costante la loro popolazione.

Uno studio recente ha evidenziato che le cellule di Merkel sopravvivono a lungo nella vita adulta, vengono quindi sostituite raramente ed il loro numero rimane costante nel tempo. Invece si è osservato che il leggero danno meccanico prodotto dalla rasatura della pelle può far aumentare in maniera netta la produzione di cellule di Merkel. Questa scoperta potrebbe avere grande importanza anche per comprendere meglio l'origine del carcinoma a cellule di Merkel(5).


A cura della Redazione scientifica.

  1. Houben R, Schrama D, Becker JC. Molecular pathogenesis of Merkel cell carcinoma. Exp Dermatol. 2009;18:193-8.
  2. Minutilli E, Mulè A. Merkel cell polyomavirus and cutaneous Merkel cell carcinoma. Future Sci OA. 2016 16;2:FSO155.
  3. Terheyden P, Becker JC. New developments in the biology and the treatment of metastatic Merkel cell carcinoma. Curr Opin Oncol. 2017 Mar 9.
  4. Schadendorf D, Lebbé C, Zur Hausen A, et al. Merkel cell carcinoma: Epidemiology, prognosis, therapy and unmet medical needs. Eur J Cancer. 2017;71:53-69.
  5. Wright MC, Logan GJ, Bolock AM, et al. Merkel cells are long-lived cells whose production is stimulated by skin injury. Dev Biol. 2017;422:4-13.



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