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Pillole di Dermatologia - aprile 2013

HSP70 e cura della vitiligine

Pubblicata il 23/4/2013


HSP70Più dello 0.5% della popolazione mondiale è affetto da vitiligine, una progressiva depigmentazione cutanea autoimmune che determina distruzione dei melanociti. In totale sono le donne le più colpite, il 25% in più rispetto agli uomini.

Applicazioni topiche di steroidi o inibitori della calcineurina associati a fototerapia UV o corticosteroidi sistemici con modalità "minipulse" sono i trattamenti più comuni che però non garantiscono sempre un'adeguata ripigmentazione. Il trapianto di melanociti può essere utile ma solo per pazienti con malattia già stabile.

Tra i fattori coinvolti nello sviluppo della vitiligine le proteine da stress termico HSP70i (inducibili) sono da tempo considerate componenti cruciali della risposta immunitaria che potrebbe determinare l'insorgenza della depigmentazione.

Un articolo pubblicato dalla rivista Science Translational Medicine riporta che una forma mutata di HSP70i sarebbe in grado di prevenire la depigmentazione mediata da cellule T in topi modello per la vitiligine. Inoltre un vaccino a DNA del mutante HSP70i potrebbe essere usato come terapia per recuperare parzialmente la pigmentazione in un secondo modello di depigmentazione.

Gli autori avevano già dimostrato in uno studio precedente che le proteine HSP70i inducono un fenotipo infiammatorio nelle cellule dendritiche (presenti nelle zone vicine alle lesioni da vitiligine) e sono necessarie per la depigmentazione in topi modello per la vitiligine. Nello studio appena pubblicato gli autori hanno individuato una particolare sequenza contenuta in HSP70i in grado di attivare le cellule dendritiche e selezionato una forma mutata di questa sequenza in grado di interferire con l'attivazione delle stesse cellule dendritiche. Utilizzando la sequenza mutata di HASP70i per vaccinare topi modello (Pmel-1), soggetti a vitiligine, veniva inibita la depigmentazione mentre in un altro ceppo di topi (h3TA2), soggetti a vitiligine in maniera rapida e precoce, lo stesso costrutto permetteva ai topi di recuperare quasi completamente una piena pigmentazione. Il grado di ripigmentazione, 4 settimane dopo la prima vaccinazione, raggiungeva il 76% permettendo ai topi di recuperare il colore naturale del mantello.

Questi primi risultati sperimentali ottenuti in topi modello, e alcuni esperimenti condotti su espianti di cute umana, suggeriscono un possibile uso della forma mutata di HSP70i nel trattamento della vitiligine umana. Rimane ancora da stabilire quale possa essere il modo più efficiente e sicuro per la somministrazione di questi vaccini (1, 2).

A cura della Redazione scientifica.

  1. Mosenson JA, Zloza A, Klarquist J, et al. HSP70i is a critical component of the immune response leading to vitiligo. Pigment Cell Melanoma Res. 2012;25:88-98.
  2. Mosenson JA, Zloza A, Nieland JD, et al. Mutant HSP70 reverses autoimmune depigmentation in vitiligo. Sci Transl Med. 2013;5:174ra28.


Un "tatuaggio" per somministrare vaccini

Pubblicata il 23/4/2013


Ricercatori del prestigioso MIT hanno pubblicato, sulla rivista Nature Materials, i risultati di uno studio in cui descrivono un nuovo modo per somministrare vaccini che dovrebbe migliorare l'efficacia di vaccini a DNA e non solo.

L'uso di vaccini formati da virus inattivati può, in alcuni casi (ad esempio con il virus HIV), comportare rischi elevati. Per evitare tali rischi e per i potenziali vantaggi (facilità di produzione, mancanza di immunità contro il vettore, capacità di promuovere sia l'immunità umorale che cellulare) da alcuni anni vengono studiati vaccini a base di DNA. L'immunizzazione con DNA contenuto in vettori tipo plasmide (pDNA) si è dimostrata però poco efficace in primati non umani e nei trial umani ed il metodo più promettente usato, l'elettroporazione in vivo, poco adatto per la vaccinazione profilattica diffusa.

I ricercatori del MIT hanno sviluppato un dispositivo che utilizza microaghi per impiantare rapidamente nella pelle una pellicola polimerica, biodegradabile, in grado di rilasciare molecole di DNA e adiuvanti in tessuti immunologicamente competenti, per un periodo di tempo anche prolungato ed in maniera controllabile. Un vero e proprio "tatuaggio multistrato" dove, invece dell'inchiostro, nella pelle viene depositato un vaccino a DNA.

Il dispositivo comprende microaghi costituiti di polimeri fotosensibili e Ph-sensibili, in grado di trasportare carichi biologici (ad esempio DNA, fino al 40% della massa totale della pellicola) e di rilasciarli in maniera determinata secondo il numero di strati polimerici e variando l'idrofobicità della pellicola. I microaghi possono penetrare la pelle fino a una profondità di circa 0.5 mm senza causare dolore. (In una intervista rilasciata ad un sito online uno degli autori afferma che "è come venire a contatto con la lingua di un gatto"). In seguito la pellicola si degrada rilasciando il vaccino a DNA e l'adiuvante (in questo caso RNA) per giorni o settimane.

I primi esperimenti sono stati condotti in topi e in campioni di pelle di macaco coltivata mostrando una risposta immunitaria simile o migliore rispetto a quella ottenuta con l'elettroporazione (1).

A cura della Redazione scientifica.

  1. Demuth PC, Min Y, Huang B, et al. Polymer multilayer tattooing for enhanced DNA vaccination. Nat Mater. 2013; 12:367-76.



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