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Pillole di Dermatologia - aprile 2012

Nuove infestazioni da vecchi insetti

Pubblicata il 24/4/2012


cimiceLe comuni cimici dei letti comprendono due specie:
Cimex lectularius, diffusa in tutto il mondo e Cimex hemipterus, tipica dei climi tropicali.

Sono insetti senza ali che si nutrono di sangue umano. Gli adulti sono visibili ad occhio nudo e tendono a nascondersi in fessure e crepe di letti, lungo le cuciture di materassi e nei telai dei letti, dove sfuggono la luce del giorno.

Prima della II Guerra Mondiale circa il 30% delle case americane risultava infestato da questi parassiti. Dopo la guerra l'uso del DDT portò ad una completa eradicazione durata quasi 50 anni. Ma oggi il problema sta riemergendo anche nelle nazioni occidentali probabilmente a causa dell'aumento dei viaggi internazionali, immigrazione, modifiche nei controlli sanitari e resistenza agli insetticidi.

E' importante individuare precocemente una possibile infestazione e stabilire con certezza l'efficacia dei trattamenti. Tra i dispositivi utilizzabili a tale scopo il più semplice è una specie di contenitore tondo con un solco esterno che si mette sotto le gambe dei letti, detto Climb Up Insect Interceptor. Questo tipo di trappola può dare informazioni anche sulla provenienza degli insetti.

Sono utilizzabili inoltre trappole contenenti fonti di calore e anidride carbonica, es. ghiaccio secco che sublimando libera anidride carbonica. I due metodi sopra non sempre riescono a scovare le piccole infestazioni.

Sembra che il sistema più utile sia trovare un cane addestrato in grado di riconoscere con il fiuto un mix di sostanze presenti in un feromone, trasportato dall'aria, prodotto dalle cimici per favorire la loro aggregazione (1,2).

A cura della Redazione scientifica.

  1. Haynes KF. Sleeping with the enemy. Sci Am. 2012;306:50-5.
  2. Siljander E, Gries R, Khaskin G, Gries G. Identification of the airborne aggregation pheromone of the common bed bug, Cimex lectularius. J Chem Ecol. 2008;34:708-18.




Acne, uno studio italiano

Pubblicata il 2/4/2012


studio acneI risultati di uno studio osservazionale, multicentrico, caso-controllo sull'acne, coordinato dal CentroStudiGISED, condotto in tutta Italia presso 15 ambulatori dermatologici ospedalieri, che ha coinvolto in totale 205 casi (pazienti con acne diagnosticata) e 358 controlli, età media 17 anni, sono stati pubblicati dalla rivista JAAD.

Lo studio ha cercato di definire il ruolo svolto da differenti fattori, quali storia familiare, fattori dietetici, fumo, alcool, storia mestruale, nello sviluppo dell'acne in giovani pazienti con una diagnosi di acne da moderata a grave contro controlli con acne assente o leggera.

In pratica i partecipanti allo studio hanno risposto alle domande di un questionario con informazioni su caratteristiche socio-demografiche, abitudini personali, storia mestruale e storia medica. Un questionario sulle abitudini alimentari ha raccolto invece informazioni sui principali alimenti utilizzati e sulla loro frequenza di uso.

Lo studio ha evidenziato che se si hanno genitori che in gioventù hanno sofferto di acne aumenta il rischio di avere l'acne, un basso BMI ha invece un effetto protettivo che risulta maggiore nei maschi rispetto alle femmine, mentre abitudini quali fumo e alcool non sembrano associate al rischio di acne. Nessuna associazione è individuata tra storia mestruale e acne, nelle femmine.

Alcune importanti indicazioni vengono dall'analisi delle abitudini alimentari: l'uso di latte, soprattutto scremato, sembra favorire il rischio di acne mentre un consumo costante di pesce ha un effetto protettivo. Non sono state invece osservate significative associazioni tra acne e gli altri alimenti considerati tra cui carboidrati, cioccolato e dolci (1).

A cura della Redazione scientifica.

  1. Di Landro A, Cazzaniga S, Parazzini F, et al. GISED Acne Study Group. Family history, body massindex, selected dietary factors, menstrual history, and risk of moderate tosevere acne in adolescents and young adults. J Am Acad Dermatol. 2012 Feb 29.[Epub ahead of print]



Tossicità cutanee associate a Vemurafenib

Pubblicata il 2/4/2012


vemurafenibNel mese precedente due diverse riviste hanno pubblicato articoli su effetti tossici cutanei in seguito all'uso di Vemurafenib, un inibitore di BRAF, da poco approvato per il trattamento di melanoma metastatico.

Su NEJM un gruppo di dermatologi del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di NewYork segnala che 13 pazienti, con melanoma metastatico in progressione e già trattati con ipilimumab, iniziavano un trattamento con Vemurafenib, dopo la sua approvazione da parte della FDA. Circa 6/8 giorni dall'inizio della somministrazione di Vemurafenib, 4 dei pazienti presentavano prurito e grave rash maculopapulare di grado 3, prima su viso o torace poi su spalla, tronco ed estremità. La biopsia indicava una reazione di ipersensibilità da farmaci. Gli autori sottolineano che nei trial di fase 2 e 3 solo una percentuale del 7-8% dei pazienti era stata indicata manifestare rash gravi di terzo grado, a differenza della loro esperienza in cui 9 su 13 pazienti avevano reazioni cutanee di vario grado. Il consiglio è quello di evitare associazione tra i due farmaci fino allo svolgimento di altri trial sulla sicurezza della combinazione di ipilimumab e vemurafenib (es. Clinical trial.gov, number, NCT01400451) (1).

La rivista Archives of Dermatology ospita un articolo di alcuni dermatologi dell'Università Washington di St Louis, Missouri. Numerose sono le reazioni cutanee già riportate in seguito all'uso di inibitori di BRAF. Più recentemente dal 18 al 31% di pazienti trattati con vemurafenib manifestavano reazioni dermatologiche quali carcinoma eruttivo a cellule squamose e cheratoacantomi, reazioni simili a quelle associate all'uso di sorafenib tosilato. Gli autori riportano dati su 26 pazienti con melanoma metastatico trattati con vemurafenib: in totale su 15 pazienti, trattati per almeno 1 mese, 5 sviluppavano SCC e 3 una eruzione simile a cheratosi pilare. In particolare 3 pazienti presentavano gravi reazioni dermatologiche quali rash diffuso simile a cheratosi pilare, una eruzione simile a dermatite seborroica ed una reazione mani-piedi ipercheratotica (HSFR). Tutti e tre i pazienti sviluppavano SCC entro i primi due mesi dall'inizio della terapia che in un paziente si manifestava in maniera "esplosiva", determinando l'interruzione del trattamento (2).

Il Centro Studi GISED coordina il progetto OncoSkin, dedicato in maniera specifica alle reazioni cutanee da farmaci oncologici "mirati".

A cura della Redazione scientifica.

  1. Harding JJ, Pulitzer M, Chapman PB. Vemurafenib sensitivity skin reaction after ipilimumab. N Engl J Med. 2012;366:866-8.
  2. Huang V, Hepper D, Anadkat M, et al. Cutaneous Toxic Effects Associated With Vemurafenib and Inhibition of the BRAF Pathway. Arch Dermatol. 2012 Mar 19. [Epub ahead of print]




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