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Approfondimenti di Dermatologia - marzo 2007

Dal laboratorio strategie per ridurre il rischio di melanoma


Pubblicata il 27/3/2007

Ogni anno vengono diagnosticati circa 132000 casi di melanoma in tutto il mondo. Contro questo tipo di cancro della pelle il modo migliore di proteggersi è quello di ridurre l’esposizione diretta ai raggi ultravioletti. Gli schermi solari ( spray o creme in grado di bloccare i raggi-UV ) non sembrano funzionare. E se la migliore protezione contro il melanoma fosse promuovere l’abbronzatura ma senza fare ricorso al sole od ai raggi ultravioletti?

Gli individui con pelle scura o che si abbronzano con facilità avrebbero una probabilità inferiore di 500 volte di sviluppare un melanoma rispetto gli individui con pelle chiara. Ma, avvertono i dermatologi, abbronzarsi al sole rimane comunque rischioso poiché può determinare danni notevoli al DNA , danni che possono portare al cancro. L’ideale sarebbe rendere la pelle scura senza esporsi ai raggi solari. La rivista Science sul primo numero di marzo 2007 descrive lo sviluppo, da parte di alcuni scienziati dell’università di Cincinnati College of Medicine Ohio, di uno stimolatore dell’abbronzatura sole-indipendente (1).

La molecola chiave è MC1R ( 1 della melanocortina), una proteina localizzata sulla superficie dei melanociti in grado di controllare la pigmentazione della pelle. A differenza dei prodotti già presenti sul mercato che si limitano a fornire una colorazione transitoria della superficie esterna della pelle, un agente diretto verso MC1R potrebbe conferire due vantaggi: migliore protezione derivante dalla produzione di pigmento e migliore capacità nel riparo del DNA.

Altri scienziati invece si occupano di molecole che agiscono più a valle nel dell’abbronzatura, in modo da aiutare anche gli individui di pelle chiara, con mutazioni nel gene del recettore MC1R, che normalmente non si abbronzano. Infine alcuni ricercatori cercano di sviluppare molecole in grado di prevenire il cancro delle pelle promuovendo il riparo del DNA cutaneo in maniera indipendente da MC1R e promuovendo la produzione di melanina.

Gli scettici tuttavia affermano che nelle persone di pelle scura possono esserci altri meccanismi di protezione dal cancro della pelle e che, comunque, il livello di protezione derivante dall’abbronzatura non sarebbe sufficientemente elevato. Preoccupazioni sono anche espresse riguardo a possibili gravi effetti collaterali di molecole “abbronzanti” già sviluppate e provate, per ora, solo su animali o in colture cellulari.

Ma l’incidenza del melanoma è praticamente triplicato negli ultimi 40 anni: risulta quindi doveroso continuare la ricerca al fine di sviluppare nuovi modi per proteggere la pelle dai raggi UV e dal loro potere mutageno.

A cura della Redazione scientifica.

  1. Wickelgren I, et al. Skin biology. A healthy tan? Science. 2007;315:1214-6.

Internet: la nuova frontiera della medicina?

Pubblicata il 26/3/2007

In una breve lettera pubblicata sulla rivista New England Journal of Medicine nel novembre 2005 Robert Greenwald, un medico reumatologo, descriveva una scena in cui un giovane specializzando in allergologia ed immunologia spiegava al suo primario come fosse riuscito a formulare
esattamente una diagnosi particolarmente complicata:

«Bene, ho semplicemente inserito il referto della biopsia ed i risultati dei test immunologici in Google e la diagnosi è saltata fuori così.» Ma allora, pensarono subito i colleghi, alquanto turbati dalla spiegazione, Noi medici siamo ancora necessari? «Sir William Osler [1] si rivolterebbe nella tomba!», esclamò , meravigliato, il dottor Greenwald , dopo la confessione del suo giovane collega [2].

L’importanza di Internet e dei motori di ricerca come Google, Google Scholar, Yahoo e simili in campo medico è notevolmente cresciuta negli ultimi anni.

In un articolo della rivista British Medical Journal nel numero di Dicembre 2006 viene riportato uno studio che analizza la possibilità di formulare una diagnosi esatta utilizzando il motore di ricerca Google.

Furono selezionati 26 casi diagnosticati e pubblicati su New England Journal of Medicine nel 2005. Da 3 a 5 termini associati ad ogni caso furono usati come parole chiave per cercare su Google la possibile diagnosi del caso considerato. La percentuale di diagnosi corrette, derivanti dalla ricerca su Internet, rispetto alle diagnosi già pubblicate sulla rivista, era del 58% (15 casi su 26 totali).[3]

Naturalmente l’efficienza e l’utilità delle informazioni recuperate sul web dipendono dal livello di conoscenza di chi esegue la ricerca. Ma in mani esperte la rete può essere un valido strumento permettendo di avere accesso a gran parte della produzione medico-scientifica mondiale in pochi minuti, specie in presenza di casi clinici particolarmente complicati.

Senza dimenticare comunque che, come diceva Sir William Osler: Studiare una malattia senza libri è come navigare per mari inesplorati, mentre studiare i libri senza i pazienti è come non andare affatto per mare. (To study the phenomenon of disease without books is to sail an uncharted sea, while to study books without patients is not to go to sea at all)[4]

A cura della Redazione scientifica.

  1. Sir William Osler (1849 – 1919), medico canadese considerato tra i fondatori della medicina moderna.
  2. Greenwal R. …And a diagnostic test was performed. N Engl J Med. 2005;353:2089- 90.
  3. Tang H and Ng JHK. Googling for a diagnosis—use of Google as a diagnostic aid: internet based study BMJ 333: 1143
  4. http://www.quotationspage.com/quotes/Sir_William_Osler.


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